Incubo nel metrò: la polizia insegue e uccide un sospetto

Per la prima volta Scotland Yard ha licenza di uccidere. I testimoni: «Gli hanno sparato cinque colpi alla testa». Ma addosso non aveva nulla

Guido Mattioni

nostro inviato a Londra

«No way, Sir». Il tassista allarga le braccia: non c'è modo di passare, bisogna proseguire a piedi. Dopo una coda estenuante, in un traffico che metro dopo metro si è fatto sempre più denso, dalla melassa al catrame, fino a coagulare del tutto, il tassista rinuncia. Anche lui, via radio, ha già saputo il perché: alla stazione della metropolitana di Stockwell, sulla Victoria line, a due passi dalla fermata di Oval, dove giovedì era stato trovato uno dei quattro zainetti bomba inesplosi, Scotland Yard ieri ha sparato. Uccidendo un giovane (di cui non è stato ancora reso noto il nome) che davanti a un gruppo di poliziotti in borghese aveva superato con un balzo un cancelletto di accesso della sotterranea, dirigendosi poi di corsa verso la piattaforma di partenza dei treni.
Una corsa sospetta, la sua, sorda alle ripetute intimazioni a fermarsi gridategli dagli agenti. «Era un tipo asiatico, grassottello, che indossava un berretto da baseball e vestiva una specie di cappotto imbottito, un capo quasi invernale, insolito per un periodo afoso e umido come questo, un capo sotto il quale avrebbe potuto nascondere qualcosa», riferirà poco più tardi un testimone oculare, il giornalista Mark Whitby. Aggiungendo però di non aver visto «alcuna arma, non gli ho visto nulla in mano. Per essere onesto non ho visto neanche una borsa». L'ucciso - è infatti risultato in seguito - non aveva addosso alcun ordigno esplosivo. «Ogni morte è deplorabile - spiega il numero uno di Scotland Yard, Sir Ian Blair - ma secondo le informazioni in mio possesso l'uomo non ha obbedito agli ordini della polizia».
Polizia che ora, in base a nuove disposizioni previste dalla cosiddetta Operation Kratos, è autorizzata a fare fuoco sparando alla testa di un eventuale sospetto kamikaze per impedirgli di portare a termine il suo gesto. «Posso dire che l'uccisione avvenuta a Stockwell era direttamente collegata all'inchiesta in corso che si sta estendendo come operazione antiterrorismo», ha confermato Blair a difesa del comportamento tenuto dai suoi uomini. Era insomma nell'aria: in una metropoli che da due settimane vive con i nervi a fior di pelle, i nervi hanno finito per saltare. Perché ciò che è andato drammaticamente in scena ieri mattina attorno alle 10 ora locale (le 11 in Italia), alla stazione di Stockwell, in un quartiere povero a sud della capitale, dove forte e visibile è la presenza afro-asiatica, pare purtroppo assomigliare più a un'affrettata esecuzione che all'estremo tentativo di bloccare un sospetto terrorista suicida. «Ero seduto sul treno. Ho sentito un gran rumore, gente che gridava di buttarci giù. È stato allora che ho visto quel tipo. È corso sul treno, c'erano tre agenti in borghese che lo inseguivano, uno aveva in mano una pistola nera». La voce di Whitby, il giornalista che si trovava sulla metropolitana come passeggero, si carica di emozione ed esce a fatica mano a mano che i fotogrammi dell'accaduto gli ritornano alla mente. «Lui ha inciampato. loro l'hanno spinto a terra e praticamente gli hanno scaricato addosso cinque colpi». Whitby inghiotte saliva e prosegue, aggiungendo altri fotogrammi, altri particolari: «Quando è salito sul treno l'ho visto in faccia, guardava a destra e sinistra, sembrava un coniglio bloccato in un angolo, una volpe finita in trappola. Era totalmente pietrificato e poi è inciampato, ma lo inseguivano, erano al massimo a un metro da lui. Lo hanno spinto in terra, il poliziotto più vicino a me aveva la pistola in mano. Gliel'ha puntata contro e gli ha sparato addosso cinque colpi».
Gli stessi soltanto uditi da un'altra passeggera della stessa vettura, Georgia Law, che però dava le spalle alla scena. «Spari di pistola, sì, ma molto soffocati», percepiti però chiaramente dopo l'intimazione «buttatevi a terra» gridata dagli agenti. «Io ho obbedito all'ordine, ma poi, sdraiata sul pavimento del vagone, ho alzato lo sguardo e ho visto un corpo disteso a terra e intorno a lui uomini armati. Allora sono stata presa dal panico, come del resto tutti attorno a me». Prende il fiato, Georgia, e infine conclude: «Così mi sono alzata, ho raggiunto la piattaforma, ho imboccato le scale e finalmente sono corsa fuori dal Tube». Eppure là fuori, a Stockwell come in tutti gli altri angoli di Londra dove da due settimane, a ogni allarme vero o falso i cordoni della polizia tramutano in pochi minuti il traffico in melassa, bloccando a volte perfino ciclisti e pedoni, incredibilmente nessuno suona, nessuno impreca. C'è persino chi, dietro il vetro, abbozza un paziente o rassegnato sorriso. Milano sembra tanto lontana, Roma pure. Niente clacson, siamo inglesi.