Indagine L’ex esponente del Pdl resta in carcere, il gip ipotizza l’abuso di potere

Grazie alla denuncia che lo ha fatto arrestare in flagrante, «si è spezzato il laccio che stringeva Pennisi tra la debolezza umana e la fascinazione del potere: certamente un bene per la collettività, e forse una fortuna per il diretto interessato»: solo un giudice profondamente cattolico come Simone Luerti poteva scrivere, nell’ordinanza di custodia in carcere emessa ieri mattina, che le manette scattate ai polsi di Milko Pennisi potrebbero svolgere una funzione salvifica nei confronti di Pennisi medesimo, al punto di rivelarsi «una fortuna». Ma - prospettive di redenzione a parte - il provvedimento del giudice Luerti è assai severo nei confronti del presidente (dimissionario) della commissione Urbanistica.
Nel corso dell’interrogatorio in carcere domenica mattina (di cui il Giornale riporta il verbale nelle pagine nazionali) Pennisi ha nuovamente confessato di avere intascato la tangente da diecimila euro, ma ha dato a Mario Basso, l’imprenditore che lo accusa, la responsabilità dell’abboccamento e dell’offerta: prima con una lettera inviatagli in quanto presidente della Commissione Urbanistica, poi con la proposta di un «contributo» economico. Ma il giudice Luerti non gli crede. Per il gip, Pennisi è colpevole di concussione «e sussistono i requisiti dell’abuso di potere, integrati dalla ventilata rappresentazione di possibili ostacoli che fantomatiche terze persone potrebbero frapporre ad una pratica già pendente da molti anni».
Per motivare la custodia in carcere, il giudice ipotizza chiaramente che quella versata da Mario Basso non fosse la prima mazzetta incassata da Pennisi. «L’indagato, ancora nella flagranza del delitto commesso, ha cercato di occultare la prova materiale della concussione e cioè il denaro appena ricevuto; inoltre, appena resosi conto della presenza delle forze di polizia, si è immediatamente dato alla fuga costringendo gli agenti ad un inseguimento nelle vie del centro. Anche l’esame delle dichiarazioni dell’indagato dimostra una forte iniziale reticenza ed una progressiva arrendevolezza solo di fronte all’evidenza dei fatti. Allo stato, pertanto, egli non appare completamente affidabile quando afferma di essere stato colto nella fragranza dell’unico delitto commesso. L’insieme delle circostanze rivela la necessità di proseguire le indagini in condizioni di assoluta genuinità per l’assunzione di prove documentali ed eventualmente dichiarative, che l’atteggiamento ambivalente dell’indagato mette oggettivamente in pericolo. Del pari, l'iniziativa illecita intrapresa e coltivata per alcuni mesi, non senza una certa furbesca programmazione, unitamente alla posizione strategica in seno al consiglio comunale, costituiscono il terreno fertile di una concretamente possibile reiterazione della condotta, indipendentemente dalle parziali dimissioni sino ad oggi rassegnate».