Indagine su un uomo «beckettiano»

Un uomo. Il suo corpo sospeso nel vuoto. La sua mente affollata di ricordi. L’ultimo spettacolo di Claudio Remondi (autore e interprete) e Riccardo Caporossi (regista e curatore della scena) evoca già nel titolo, Altri giorni felici, il capolavoro di Beckett. Ma lo evoca come motore propulsore di una disincanta indagine sulla tragicità della condizione umana che si avvale di una scrittura originale e di un impianto scenico legato mani e piedi al repertorio dello storico gruppo. Era infatti il ’70 quando Rem&Cap si affacciavano sulla ribalta dell’allora fervida avanguardia teatrale con un allestimento di Giorni felici mai rappresentato davanti al pubblico perché i detentori dei diritti dell’opera non elargirono il loro consenso ad una regia dove la parte di Winnie veniva affidata a un interprete maschile, lo stesso Remondi. Da quel netto rifiuto scaturirono stimoli, idee, desideri e riflessioni che via via si sono concretizzati in lavori entrati di diritto nella storia del nostro teatro contemporaneo. Lavori fatti di silenzi, oggetti, movimenti lenti, poche incisive parole. Lavori che, come la pièce ora di scena al teatro India, parte da Beckett (del quale, tra l’altro, il 13 aprile ricorrono i cento anni dalla nascita) per approdare ad altro. Per mostrare la crisi e la solitudine dell’uomo di oggi. Per rincorrere una memoria che si dimostri capace di dare senso alla vita.