Indagini scomode sui Ds Forleo assolta dal Csm ma rischia il trasferimento

da Milano

Il giudice Clementina Forleo non commise alcun illecito quando chiese al Parlamento l’autorizzazione ad utilizzare nel processo Unipol le intercettazioni telefoniche dei parlamentari diessini Massimo D’Alema, Piero Fassino e Nicola La Torre. Ieri il Consiglio superiore della magistratura spazza via due anni di accuse roventi lanciate contro il magistrato da una parte del mondo politico, raccolte e fatte proprie dalla Procura generale della Cassazione che aveva chiesto la censura e il trasferimento della Forleo. Rivolgendosi al Parlamento, dice il Csm, il gip milanese ha fatto solo il suo dovere di giudice.
Fine del caso Forleo? Niente affatto. Perché sulla testa del magistrato incombe un’altra minaccia, solo apparentemente meno insidiosa. Insieme all’azione disciplinare, infatti, contro di lei era partita anche un procedimento per «incompatibilità ambientale», basato soprattutto sulle sue esternazioni televisive nel corso di Annozero. Una apposita commissione del Csm, presieduta da Letizia Vacca dei Comunisti italiani, ha già proposto che la Forleo venga cacciata sia da Milano che dalle funzioni di giudice monocratico. La decisione del plenum del Csm arriverà il mese prossimo, e lì può ancora accadere di tutto. Ma è sicuro che l’assoluzione con formula piena decisa ieri dalla «disciplinare» rafforza vistosamente la posizione del magistrato sotto accusa anche in vista del prossimo appuntamento.
Lei, Clementina Forleo, ieri era scesa a Roma pronta al peggio. «Non mi sentivo affatto tranquilla», racconta al telefono ieri sera. E ancora meno tranquilla si deve essere sentita quando il rappresentante dell’accusa, il sostituto procuratore generale Federico Sorrentino, era partito all’attacco imputandole di avere inviato al Parlamento un’ordinanza «abnorme», un atto che conteneva «un giudizio anticipato non richiesto su persone non indagate» e mostrava «carenza di imparzialità», «negligenza grave e inscusabile», «scarso equilibrio». Poi però ha preso la parola il suo difensore, il magistrato torinese Maurizio Laudi. Ha ricordato il significato di quelle telefonate, i legami evidenti che emergevano tra i vertici dei Ds e Gianni Consorte, numero uno di Unipol, impegnato all’epoca nella scalata illecita alla Banca nazionale del lavoro. Per questo, nella sua ordinanza, la Forleo parlava di «complicità».
«Spero, credo e voglio credere che la legge sia uguale per tutti», aveva detto ieri la giudice prima che la sezione disciplinare pronunciasse la sentenza. E, ad assoluzione avvenuta: «La giustizia ha trionfato. Se si ha onestà e dignità di andare avanti fino in fondo senza cedere di fronte a nulla la verità viene fuori. Ora, siccome il tempo è galantuomo spero che abbia prima o poi giustizia anche il collega Luigi De Magistris», il pm di Catanzaro finito anch’egli sotto accusa per le sue esternazioni.
Ma, aldilà della soddisfazione di ieri, Clementina Forleo è la prima a sapere che i pericoli per lei non sono finiti, e che anche dentro il Csm rimane forte il partito di chi a luglio vorrebbe spostarla di peso dal suo incarico, spedendola senza troppi complimenti a scrivere sentenze d’appello in qualche Corte lontana da Milano. «A quello per adesso non ci voglio pensare – risponde la Forleo – l’importante è che oggi il Csm abbia capito che in quell’ordinanza non c’era niente di abnorme e che anzi da parte mia era un atto dovuto. Il mio difensore è stato bravissimo».
Vale la pena di ricordare che se la Forleo fosse stata punita per la sua richiesta a carico di D’Alema e La Torre avrebbe rischiato di essere – paradossalmente – l’unica condannata della vicenda: l’utilizzo delle telefonate di La Torre è già stato rifiutato dalla Camera con voto bipartisan, mentre su D’Alema – all’epoca parlamentare europeo – dovrà esprimersi Bruxelles. Ma le possibilità di un voto favorevole, che potrebbe portare D’Alema sul registro degli indagati, vengono considerate piuttosto scarse.