GLI INDECISI NON ESISTONO

I sondaggi dicono che una parte degli italiani ancora non sa come voterà e gli italiani incerti vengono definiti «indecisi». Il termine però è sbagliato: gli indecisi appartengono tutti alla parte politica di chi legge questo giornale e sono indecisi soltanto fra l’andare o non andare alle urne, non su come schierarsi politicamente. Gli indecisi fra Berlusconi e Prodi non esistono. Gli indecisi fra voto e non voto, invece, decideranno la vittoria in Parlamento, nel governo e al Quirinale e sono la nostra ultima spiaggia: per riconquistarli bisogna però parlare la lingua della chiarezza. Gli indecisi sono infatti delusi, non politicamente incerti o neutri. Il Paese è spaccato in due metà asimmetriche: una minoritaria guidata dall’ex Partito comunista e l’altra maggioritaria che comprende tutti i resistenti a quell’egemonia, raccolti da Silvio Berlusconi con una straordinaria invenzione democratica quando sbriciolò la minacciosa «macchina da guerra» destinata all’assalto finale alla cittadella democratica da parte del Pds. Quel popolo è ancora maggioritario nei cuori, ma rischia di restare minoritario nelle urne.
Potrebbe dunque la farraginosa Unione vincere? La risposta è sì se continuerà lo sciopero di chi si è dato alla macchia tra voto e non voto. I dispersi che fanno la differenza non voterebbero Prodi neanche sotto tortura, ma non sono tutti pronti a votare di nuovo Forza Italia (è questo il partito che per ragioni ideali soffre di più) se prima non saranno convinti con parole proporzionate alla loro speranza: questi voti alla macchia chiedono un contratto vero perché non sono voti moderati. Semmai, sono voti radicali borghesi guidati dal sogno di una rivoluzione che non si è vista perché è mancata proprio la «visione» (e vorremmo dire la televisione) di quel che è accaduto.
Alcuni di loro sono in sciopero fin dalle prime elezioni locali quando scrivemmo che occorreva una spietata analisi e una immediata correzione di errori. L’analisi è mancata, ma più di tutto è fallita la comunicazione: ad onta della leggenda secondo cui il Cavaliere tutto possiede e comanda, la sua parte politica ha dimostrato di non conoscere i fondamentali della comunicazione di massa e l'uso della cultura come restauro dell'identità ferita dalle menzogne. Un disastro: ecco perché ci troviamo qui a baloccarci con quel sei per cento che potrebbe consegnare l’Italia a tre partiti comunisti fiancheggiati da squadristi che picchiano e incendiano (Nanni Moretti, a questo proposito, va visto come un geniale profeta alla rovescia: la canaglia che mette in scena nel suo Caimano è fatta di chi vota come lui, non come noi). Possono insomma gli italiani liberi vincere ancora? Secondo noi soltanto se ognuno di noi riuscirà a portare alle urne uno scioperante, cui bisognerà spiegare che la rivoluzione liberale è possibile soltanto oggi perché, come è già accaduto nella Gran Bretagna di Margaret Thatcher o negli Stati Uniti di Ronald Reagan, le rivoluzioni si vincono soltanto nel secondo mandato. Quanto a Silvio Berlusconi, farebbe bene secondo noi a non chiamare questi cittadini «indecisi»: li tratti come gente sua e usi il linguaggio di Vicenza, quello di chi non si fa mettere i piedi in testa da nessuno. E vedrà che la decisione torna e la vittoria anche.
p.guzzanti@mclink.it