Indesit, profitti raddoppiati Merloni frena sul marchio

da Milano

Il futuro del marchio Ariston divide il vertice di Indesit Company. L’amministratore delegato, Marco Milani, annuncia pubblicamente la dismissione, nell’arco di qualche anno, del marchio storico degli elettrodomestici di Fabriano: già dal mese prossimo il nome Ariston sarà abbinato al brand Hotpoint che, alla fine di un processo di marketing, sarà l’unico a sopravvivere. Il presidente Vittorio Merloni, poco dopo contraddice il suo ad e dichiara: «Non ha deleghe sui marchi, sui quali decido io. Ariston è un patrimonio e ricorda il nome di mio padre Aristide. Non sarà abbandonato, e con il doppio nome i prodotti di alta gamma ci guadagnano». L’episodio è avvenuto ieri subito dopo l’assemblea dei soci che ha approvato il bilancio 2006 e rinnovato il cda. Va ricordato che il marchio Ariston appartiene a una società paritetica dei fratelli Vittorio e Francesco Merloni: il primo detiene i diritti per gli elettrodomestici, il secondo per caldaie e scaldabagno.
Dopo l’assemblea Indesit ha diffuso i dati del primo trimestre 2007, con un fatturato in aumento del 9% (il mercato europeo cresce del 4%), un margine lordo in crescita del 34% e un utile netto di 23 milioni, quasi raddoppiato rispetto allo scorso anno (più 92%). La Borsa, che già ha premiato il titolo con un più 97% in 12 mesi, ieri ha toccato il massimo storico a 18 euro, chiudendo a 17,59 (più 1,51%).
I conti 2006, approvati dall’assemblea, già avevano visto crescere il fatturato a 3,2 miliardi (più 6%) e gli utili a 76 milioni (più 51%), superando le difficoltà del 2005, legate all’impennata dei costi delle materie prime. Indesit è il secondo gruppo di elettrodomestici in Europa e quinto nel mondo. Non sono previste, a breve, acquisizioni, ma gli investimenti saranno indirizzati alla continua innovazione del prodotto, imperativo quasi maniacale del gruppo, e al rafforzamento nei Paesi dove la presenza è più debole. Tra le risorse per eventuali operazioni straordinarie anche un pacchetto di azioni proprie pari al 10% del capitale (200 milioni ai valori di Borsa).
Il piano industriale prevede, tra l’altro, il riequilibrio di quella che oggi è un’anomalia produttiva: il gruppo fabbrica in Paesi a basso costo il 30% della produzione, ma nelle stesse aree vende il 39% dei pezzi. Il 9% è prodotto dunque in Paesi ad alto costo e venduto in Paesi a basso costo, con l’onere aggiuntivo dei costi di logistica.