India, la bomba uccide un’italiana Nadia diceva: «La mia casa è qui»

Da una parte la paura, quella di nuovi attentati, dall’altra le lacrime, versate per l’unica vittima italiana. All’indomani dell’attentato alla «German Bakery», il caffè ristorante di Pune, in India, dove un ordigno è stato abbandonato e fatto esplodere provocando la morte di nove persone, il Paese asiatico alza il livello dei controlli e fa scattare la massima allerta in tre città (la capitale Delhi, Indore e Kanpur), mentre in Italia rimbalza la notizia della morte di Nadia Macerini, appena 31 anni, originaria di Levane, frazione di Bucine, in provincia di Arezzo. È la dimostrazione che le conseguenze del terrorismo non hanno frontiere.
E infatti da ieri l’Italia ha una nuova vittima da commemorare: Nadia, che in India cercava tutto fuorché la guerra del terrore. La giovane aveva lasciato Levane 20 anni fa per girare il mondo. Dopo essere stata a lungo a Londra e negli Stati Uniti - ed essere ripartita nel 2001, dopo l’attentato alle Torri gemelle - era arrivata in India, dove insegnava yoga in un centro di meditazione Osho Ashram, a pochi metri dal locale dove sabato è esploso l’ordigno, che ha ucciso sette indiani e uno studente iraniano, oltre che aver provocato il ferimento di 60 persone, tra cui 12 stranieri. Si trovava lì da tre anni.
Come ogni sabato, Nadia aveva parlato con la madre al telefono poco prima dell’esplosione. «L’India era ormai la sua seconda casa, la sua seconda famiglia», racconta ora la sorella Cinzia, distrutta dal dolore. «Lì aveva realizzato il suo sogno, stava bene ed era tranquilla. Era tornata in Italia in estate ed era rimasta con noi un mese», aggiunge ancora la sorella. E infatti proprio sulla bacheca del social network Facebook, Nadia scriveva: «Amo l’India», «amo Pune» e ne descriveva i colori, raccontava e condivideva la cosa che più la attirava di quei luoghi: la spiritualità.
Sul fronte delle indagini tutte le piste restano aperte. Il sospetto è che i movimenti clandestini islamici vogliano far fallire i colloqui di pace tra India e Pakistan, previsti il 25 febbraio sulla spinosa questione del Kashmir. Ma nel mirino degli attentatori è possibile che ci fosse la Chabad House, luogo di culto ebraico, o lo stesso Osho Ashram, frequentato in passato dal cittadino pachistano-americano David Hendley, arrestato a Chicago in ottobre per complicità nell’attentato di Mumbai. Insomma, potrebbe anche esserci lo zampino di Al Qaida. «Ma gli attentatori - ha dichiarato il ministro dell’Interno Chidambaram - hanno scelto il famoso caffè perché sempre pieno di turisti stranieri».