India, il sogno dell’illusione genera realtà

Che cosa è la realtà? È davvero così marcato il confine che la separa dal sogno e dall’illusione? E a causa di quali sviluppi filosofici, letterari e mitici le diverse culture propendono per una visione o per l’altra? In Sogni, illusioni e altre realtà (Adelphi, pagg. 461, euro 48) Wendy Doniger, professore di Storia delle Religioni all’Università di Chicago, offre alcune risposte partendo dalla letteratura indiana classica per delineare i tratti di una cultura che ha affrontato i percorsi interiori del sogno e ha risolto attraverso argomentazioni brillanti l’apparente antinomia fra realtà e illusione. Antinomia che altrove viene data per certa nei modi di cui la Doniger rende conto al termine di ogni capitolo del libro proponendo il punto di vista del pensiero occidentale. Per parte indiana vengono esposti i contenuti dello Yogavasishstha, testo sanscrito di origine kashmira redatto fra il VI e il XII secolo che si snoda in 55 storie. Le narra il saggio Vasishstha al giovane discepolo Rama, l’eroe divino che dà il nome al più noto poema epico Ramayana.
Già nella struttura del testo troviamo il primo rovesciamento concettuale: in genere è la divinità che racconta se stessa (direttamente o per mezzo dei profeti), ma qui al Signore Rama, di fronte all’impareggiabile saggezza di Vasishstha, non resta che ascoltare. Nelle parole del maestro echeggiano i grandi temi dell’idealismo indiano secondo cui la realtà non è altro che una superimposizione della mente su una matrice vuota: solo il Brahman esiste, entità assoluta inafferrabile ai sensi, intraducibile nei modi del sapere discorsivo e paragonata a un vasto e puro oceano in cui «le montagne sono come schiuma, e la terra è un miraggio». Il mondo fenomenico ondeggia inconsistente sul velo di maya, l’illusione, termine che racchiude una forma di potere artistico e magico. In questo panorama di evanescenza della realtà materiale, i miti narrati nello Yogavasishstha mostrano la polverizzazione dello spazio e del tempo, la creazione di mondi mentali e universi paralleli degni di racconti di fantascienza o delle vertiginose speculazioni della fisica moderna.
Un magma narrativo in cui l’aspetto psichico e quello materiale si confondono, tanto da provocare moti di stizza intellettuale in pensatori occidentali come Karl Popper («L’idealismo è assurdo e la negazione del realismo porta alla megalomania») o sarcasmi alla Peter De Vries su quel maestro indiano invitato ad alcuni rinfreschi nel Midwest e propenso a considerare che il mondo, in fondo, non era un’illusione, ma lo sembrava solamente. Parodie degli universi multipli si trovano in un racconto di Isaac B. Singer su Chelm, la città degli sciocchi, che costituisce un esempio di come l’Occidente possa rigettare la teoria dell’illusione. Non va meglio sul tema del sogno, nel pensiero indiano considerato una tappa verso l’illuminazione e in questo senso più reale della veglia, mentre in Occidente è spesso una favola che si dissolve con il risveglio.
In India, osserva la Doniger, l’avventura onirica dimostra «la nullità del mondo che vediamo quando apriamo gli occhi, oppure la realtà sostanziale del sogno stesso», mentre secondo Freud il sogno non è che un soddisfacimento fittizio di un desiderio accumulato nello stato di veglia. E sebbene Jung nel suo commento al Libro tibetano dei morti si interroghi sulla «possibile realtà delle cose create dalla mente» è difficile per l’occidentale accettare l’idea che un sognatore, grazie a una tecnica sviluppata in Kashmir, possa al risveglio materializzare l’oggetto al centro del sogno. In India il mondo dei sogni ha potere e solidità, e «la realtà deve dividere l’onere della prova con l’irrealtà». Là non sarebbe stato possibile coniare l’espressione «sogno che scivola nel chiaro del giorno» a proposito dell’impotenza e della debolezza dei vecchi destinati all’abbandono come fa Eschilo nell’Agamennone. Per i lettori e i sognatori dello Yogavasishstha il sogno è portatore di ben altra luce rispetto all’onda elettromagnetica del mondo fisico.