India, viaggio nel cuore confuso del gigante

Un lungo viaggio nelle contraddizioni di un Paese amatissimo, un percorso in un continente-contenitore di oltre un miliardo di persone, colmo di tradizioni antiche e vive, lanciato verso il futuro e trattenuto da un passato che lo sovrasta. In Sabarmati Express - Nel cuore del gigante indiano (Sartorio editore, pagg. 409, euro 17,50), Mark Tully, giornalista a New Delhi ed ex corrispondente dall’Asia Meridionale per la Bbc, indaga le ragioni che bloccano l’India e ne impediscono la crescita e compie un affondo denunciando con coraggio un malgoverno stantìo, guardando con lucidità e incanto una civiltà ferita dalla dominazione straniera, respirando l'aria di una terra condannata al fatalismo, prigioniera.
«Senza alcun dubbio c’è un freno tirato che rallenta un Paese dal potenziale enorme e inespresso», scrive Tully e sul suo taccuino registra scene di templi sontuosi che accolgono pellegrini, fiumi sacri e atmosfere sospese, induismo e islamismo che s’incrociano e scontrano nella città mista di Ayodhya, cattolicesimo e induismo che si fondono nella città di Goa, la «Roma d'Oriente» reduce dalla dominazione coloniale portoghese, dove il santo più popolare è San Francesco Saverio, e dove la Chiesa conviveva con il sistema castale, inestirpabile.
Tra sacralità e sensualità dell’Induismo, leggende sul dio Rama e la sua amata Sita e celebrazioni della divinità nel «diwali», la festa delle luci, Tully affronta la realtà dei bambini schiavi, al lavoro davanti ai telai per fabbricare tappeti. E il bimbo al lavoro davanti al telaio 52 nel villaggio di Jigna diventa un simbolo. Malnutrito e impaurito vicino al fratello privo di una gamba, entrambi tessitori per aiutare il padre disabile.
Tully incontra Champa Devi, volontaria seguace di Gandhi, scettica riguardo alle Ong (Organizzazioni non governative) e ai blitz di liberazione. Una combattente sul campo che sottolinea la necessità di riabilitare tutta la famiglia del bambino liberato.
In un colosso di Paese definito dal Mahatma Gandhi «il regno dell’autosoffocamento e della timidezza», dove si pensa che «qualunque sia il tuo futuro il destino ti ci porta», Tully e la sua compagna Gillian Wright vagano restituendo una visione concreta dove il cielo e la terra non si abbracciano mai. E i contadini finiscono in mano agli strozzini e si impiccano dove possono, il problema della sovrapproduzione e della gestione delle scorte è trascurato, le esportazioni sono vietate. Un massacro di cui gli Stati sono responsabili e l’interesse privato trionfa nella più totale mancanza di dialogo tra attivisti. Tully racconta che gli indiani sanno benissimo di avere un punto debole grave: la difficoltà a lavorare in gruppo, a condividere.
Nell’enorme India, nuova democrazia, terra di colori e polvere, di scontri tra mistici sufi e musulmani, le sfide economiche possono essere superate. Fra trafficanti di armi, miseria, lotte religiose, situazione del Kashmir a maggioranza musulmana, suicidi e lavoro forzato minorile, spirito e fango, Tully lancia un messaggio chiaro: «costruire e rivitalizzare collaborando», ovvero l'amata India emergerà con la sua forza e il suo cinema solo quando le istituzioni del passato coloniale smetteranno di tarpare le ali alla cultura indiana senza preservarla.
Mark Tully ha compiuto il suo viaggio nel Paese in cui è nato (la sua città è Calcutta), un viaggio lungo come quello del Sabarmati Express, il treno che dà titolo al reportage, assalito da un gruppo di seguaci di Maometto, il 27 febbraio 2002: cinquantotto passeggeri morirono bruciati, vittime di una disperata ricerca d'identità.