«Indigènes», il film francese riabilita gli arabi ma non parla delle violenze subite dagli italiani

Indigènes (indigeni) sono gli abitanti del posto - qualsiasi posto - dove sono nati. Nel lessico comune però il termine è diventato sinonimo di «selvaggi» e in questo senso l’usavano gli ufficiali francesi dei reparti coloniali. Così Indigènes è ora il titolo del film del francese Rachid Bouchareb che oggi alle 10 è proiettato allo Spazio Oberdan, prima della conferenza stampa del Festival del cinema africano, d’Asia e d’America latina, che si aprirà lunedì. L’evento cinematografico cede dunque all’evento storico-politico, per i personaggi raccontati nel film, modesti soldati trascurati nella memoria collettiva della Francia, almeno fino alla rivolta nelle banlieue. Da allora la République ha offerto ogni risarcimento morale ai suoi cittadini di ceppo arabo, inclusa la riscoperta del loro valore in tempo di guerra. Ma... fra la primavera 1943 e l’autunno 1944, almeno tremila italiani di ogni età vennero violentati ripetutamente, talora a morte, dalle truppe coloniali francesi nelle province di Frosinone, Littoria (ora Latina) e Siena. Furono le «marocchinate», ma non mancarono i «marocchinati». A loro il cinema italiano ha accennato fin dal 1950, con Non c’è pace tra gli ulivi di Giuseppe De Santis. E nel 1960 La ciociara di Vittorio De Sica, tratto dal racconto di Alberto Moravia, vinse l’Oscar. Per il resto, salvo il recente libro di Federica Saini Fasanotti, La gioia violata. Crimini contro gli italiani 1940-1946 (Ares) e il recentissimo programma tv della serie La storia siamo noi, su di loro è calato il silenzio.
Lo rompe Indigènes, all’ultimo Festival di Cannes premiato per l’interpretazione? No, nemmeno qui si vede alcuna atrocità, salvo i combattimenti. Si sente solo un ufficiale francese intimare alla truppa, che nel luglio 1943 sta per sbarcare in Italia: «Non rubate e non violentate… in Francia». Dove i goumier - nome delle truppe coloniali arabe della «Francia libera» - approderanno solo a metà agosto 1944. In mezzo ci furono undici mesi nei quali la popolazione italiana sulla linea del fronte apprezzò la Wehrmacht, non per devozione a Hitler, ma perché, dopo, arrivavano i goumier del Maresciallo Juin, primo responsabile della vendetta sugli italiani. Perché? Perché l’Italia aveva dichiarato guerra alla Francia il 10 giugno 1940, quando il suo esercito stava ritirandosi davanti alle truppe tedesche. E perché nei giorni seguenti - si diceva - la Regia aeronautica aveva mitragliato le colonne dei profughi francesi.
Ma nel film Indigènes il contesto italiano è omesso. Conta solo la vicenda francese: se ci sono ingiustizie, se ci sono crimini, sono quelli degli ufficiali, che provano diffidenza e repulsione per la truppa araba. Invece quest’ultime stavano per dare ancora, come nella Grande guerra, tanto sangue per la Francia. Non a caso gli attori sono i più noti fra quelli francesi di ceppo arabo, a cominciare dal Jamel Debbouze di Astérix, che è anche produttore e si è assegnato un ruolo in prima linea nonostante il braccio perduto, realmente, quando, da ragazzo, lo lasciò sotto le ruote del métro parigino. E in Francia il film è stato un grosso successo di pubblico e di critica. Meno probabile che lo sia anche in Italia, dove l’uscita in sala non è ancora stabilita (la copia che si vede oggi a Milano è quella originale, sottotitolata). Si noti poi che l’Italia non ha dato in vent’anni il nulla osta al film angloamericano Il leone del deserto di Mustafà Akkad, che mostrava come torturatori e stupratori i militari italiani nella Libia degli anni Venti e Trenta. E che l’Italia non ha nemmeno importato dal 2005 il film francese indirettamente originato dagli attriti “iracheni” degli ultimi anni, ovvero Liberata di Philippe Carrese, ricostruzione romanzata dell’occupazione italiana della Corsica (novembre 1942-settembre 1943). La politica internazionale si fa, spesso, anche col cinema.