Gli indignati speciali i cattivi maestri e la violenza nascosta

(...) regali di Natale ai propri cari, siano passate quasi sotto silenzio. E che cos’è, se non una violenza, anche questa?
Eppure, in tutti questi casi, aveva vinto il silenzio. E sembravamo folli visionari noi che, da soli, denunciavano la mancanza di democrazia e il fascismo (comunismo) dei «democratici e antifascisti», la violenza dei non violenti. L’unica carica istituzionale che aveva speso qualche parola per condannare tutto questo, sia pure in modo soft, era il presidente della Regione Claudio Burlando. Addirittura, gli assessori comunali e provinciali Gianni Vassallo e Paolo Perfigli, riempiti di letame dai manifestanti, avevano minimizzato, derubricando in qualche modo a ragazzate questi atti.
Eppure, sono gli stessi che offrono sale consiliari e onori degni di un pontefice, con tanto di festeggiamenti pubblici per il compleanno, a don Andrea Gallo, lo stesso sacerdote che ha solidarizzato con la razzia situazionista da parte di «giovani» (anche in questo caso, si fa per dire) vestiti da Babbi Natale alla libreria Mondadori, spiegando che gli dispiaceva non esserci. Siamo sicuri che sia tutto normale? tutto giusto?
Eppure, il Burlando che condanna, unico, è lo stesso Burlando che comanda la maggioranza che approva i maggiori fondi ai centri sociali, spiegando che i soldi andranno solo ai bravi e non ai violenti.
Però. Però il clima è fetido, per usare un simpatico eufemismo, un termine tecnico per fotografare la situazione genovese. E in molti, troppi, hanno paura. Penso, ad esempio, alle dichiarazioni dell’assessore alle Manutenzioni del Comune di Genova Elisabetta Corda che ha spiegato al Corriere Mercantile, a proposito dei lanci di vernice rossa sul portone di Palazzo Tursi: «Cercheremo di far pagare il conto a chi si è reso responsabile del lancio della vernice rossa e delle scritte sui muri dei palazzi. In questo senso abbiamo già dato mandato all’avvocatura di muovere i primi passi». E, fin qui, potrebbe anche andare.
Il problema è quello che segue: «Poi, è ovvio che certe cose non facciano piacere, e sinceramente non capisco neanche perchè ci sia stato questo atteggiamento. Palazzo Tursi è un edificio storico che deve essere tutelato, e poi perchè prendersela con l’amministrazione comunale? Non credo che dietro tutto questo, infatti, ci sia un qualche significato politico nei nostri confronti. Alla fine a essere danneggiata da questo tipo di comportamenti è tutta la cittadinanza, nessuno escluso». Ma che vuole dire? Che se, invece, fosse stata l’amministrazione comunale a varare la riforma dell’università, sarebbe stato giustificato imbrattare i muri? Che c’è una graduatoria dei cattivi? Che ci sono vandalismi giustificati e no? Ma su, siamo seri.
Insomma, credo che il problema sia il brodo di coltura e di cultura. Non nel senso degli anni Settanta che portò al terrorismo, ma nel senso dell’acquiescenza, del silenzio, del menefreghismo, della pavidità, del minimizzare sempre e comunque, come se fosse tutto normale. Come se fossero cattivi solo i serbi che interrompono una partita di calcio e bravi tutti gli altri. Ecco, questo è grave. Il silenzio, l’incapacità di reagire, l’abitudine. Questa è la sconfitta.
In tutto questo, ieri, ho ricevuto due telefonate che mi hanno fatto estremamente piacere. La prima è stata dell’assessore alla Sicurezza del Comune di Genova Francesco Scidone. Scidone è un uomo dell’Italia dei Valori con cui polemizziamo spessissimo, ma è anche uno che ha la sensibilità di rispondere alle lettere dei nostri lettori (magari, a volte, con repliche che peggiorano addirittura la situazione) e comunque è uno che lavora. Ecco, ieri, Scidone ha chiamato per dire che lui non ci sta. Che la legalità gli sta a cuore sempre e che gli atti di violenza in città, da quello contro il Secolo, a quello contro la Cisl, alle scritte su Palazzo Tursi, all’attacco alla Lega Nord, sono tutti ingiustificabili «e anche la battaglia più giusta, come io penso sia quella degli studenti, passa dalla parte del torto quando la si combatte con queste armi».
Personalmente, io penso che la battaglia degli studenti sia sbagliata anche nel merito, visto che combattono anche per difendere il rapporto fra un docente (nelle tre fasce) ogni ventisette studenti iscritti all’università e quasi un docente ogni studente frequentante. Ma, al di là di questo, le parole di Scidone sono comunque importanti e ci fa piacere averlo dalla nostra parte. Che poi è la parte della legalità, della giustizia, delle persone perbene, di chi pensa che con la violenza non si ottiene niente.
La seconda telefonata, importantissima, è stata quella di Giorgio Gallione, papà del teatro dell’Archivolto almeno quanto Pina Rando ne è la mamma, e regista di Eretici e corsari il bellissimo spettacolo prodotto a Sampierdarena che mette in scena lettere, canzoni e parallelismi di Giorgio Gaber e Pier Paolo Pasolini. Che, lo confesso, sono i miei intellettuali della vita.
Perchè il signor G e PPP sono intellettuali veri, scomodi, non organici. Giusto per dire una cosa politicamente scorretta, soprattutto a Genova, lo sono molto di più di quanto lo sia stato, in tutta la vita, Fabrizio De Andrè, elevato al rango di evangelista dai dongalli della situazione. A me, Faber piace anche. Quello con Massimo Bubola piace moltissimo. Ma lasciatemi dire che, se cerco un pensiero forte, un pensiero da pugno nello stomaco, lo trovo in Gaber e Pasolini. Non in De Andrè.
Ma, digressione a parte, torniamo alla chiamata di Giorgio Gallione. Ieri, gli rimproveravo di non aver avuto il coraggio di rischiare inserendo nello spettacolo i testi di Pasolini su Valle Giulia e Quando è moda è moda di Gaber. Lui, dal canto suo, raccoglie la sfida e interverrà nel dibattito nelle prossime settimane, cosa che mi riempie di gioia, visto che penso sia uno dei pochi intellettuali che ha qualcosa da dire a Genova. Anche quando non lo condivido.
Ma, soprattutto, Gallione mi ha regalato il brano di Pier Paolo Pasolini che potete leggere qui a fianco e che è stato aggiunto allo spettacolo proprio l’altro giorno. All’ultimo minuto, dopo settimane e mesi di prove e di scrittura. È il brano sulla necessità di «gridare “evviva la libertà“ con amore» non «con disprezzo, con rabbia, con odio».
È un brano che uno dei due attori sul palco, Claudio Gioè, legge su un foglietto che raccoglie da terra, quasi appallottolato, dimenticato, strappato. Un foglietto che non era nel copione dello spettacolo e che, per l’appunto, è stato aggiunto alla prima. Proprio per non dimenticare l’attualità. «Vedete - spiega Giorgio Gallione al Giornale - ho voluto mettercelo perchè ho un figlio di sedici anni e credo che siano parole che possono servire moltissimo ai nostri figli».
Credo che parole così, che idee così, da qualsiasi parte arrivino, dimostrano che allora ha ancora un senso scrivere. Che non ci arrendiamo al silenzio, all’assuefazione, alla pavidità di vedere rompere vetrine, bloccare anziani e bambini, non rispettare le leggi e far finta che vada tutto bene, che sia tutto a posto. Magari fra gli applausi dei passanti felici, come raccontano a Annozero.
Dalle parole di Pasolini (e di Gaber, e di Gallione, e nostre) nasce la consapevolezza che un altro mondo e un’altra Genova sono possibili. Che si può reagire. Con la forza della verità e con la forza del cuore.
Quando vedo che non si reagisce, andrei via. Ma resto perchè se siamo in tanti a reagire, allora questa città può avere un grande futuro. Non solo dietro le spalle.
Buon Natale a tutti voi e ai vostri cari.