INDIPENDENTI NON INTOCCABILI

Sgombriamo il campo, anzitutto, da argomenti polemici che a me sembrano destituiti di fondamento. È abbastanza grottesco che si gridi al Parlamento imbavagliato dopo che la riforma della giustizia ha percorso ripetutamente, durante mesi e mesi, il tragitto tra Montecitorio e Palazzo Madama e il tragitto tra le Camere e il Quirinale. Il dibattito è stato non solo esauriente ma estenuante. Quanto al voto di fiducia bisogna intendersi: se appartiene - e senza dubbio appartiene - alle procedure previste, non si vede quale scandalo vi sia nel ricorrervi. Per la «fiducia», come per il «filibustering», i pareri cambiano negli opposti schieramenti secondo le circostanze. «Fiducia» e «filibustering» sono leciti, anzi doverosi se li usano i nostri, indecenti se li usano gli altri. Questi soprassalti di indignazione alternata non impressionano più nessuno.
Veniamo invece al dunque, ossia alla sostanza delle norme che hanno avuto la definitiva luce verde. La sinistra - in sintonia con l’Associazione nazionale magistrati - non smette d’annunciare catastrofi. La giustizia toccherà il fondo, i magistrati perderanno la prestigiosa indipendenza di cui finora godevano, saranno ridotti alla condizione di burocrati servili. Uno scenario, questo, che avrebbe una sua logica nel caso che l’attuale situazione della giustizia fosse ritenuta soddisfacente. Perché cambiare se le cose vanno bene? Sanno invece anche i bambini che è una situazione di totale degrado: avvenuto attraverso una serie di provvedimenti che avevano il duplice avallo di chi oggi protesta, la sinistra e l’Anm.
I magistrati politicizzati, allergici a ogni controllo, potenti e non di rado prepotenti sono stati generati da quella filosofia. La categoria è diventata una casta: che contava e conta su uomini di grande valore, ma che ha preteso un’intoccabilità sacrale mentre dissacrava e avviliva la politica. La giustizia non toccherà il fondo perché lo ha già toccato. Può solo migliorare.
Diversamente dalla sinistra non ho certezze. Mi auguro di cuore che la patria del cavillo lento e frustrante riesca ad essere la patria del diritto. Condivido, nei principi, i punti principali della riforma: che in alcuni casi avrei voluto più risoluta (la divisione delle carriere tra giudici e Pm sarebbe stata a mio avviso più chiara dell’attuata divisione delle funzioni). Una macchina della legge che sia più vicina alle attuali sensibilità ed esigenze della gente è senza dubbio indispensabile. Resta da dimostrare che è raggiungibile.
So che le riforme delle istituzioni godono in Italia di pessima fama perché spesso insidiate dalla demagogia e spesso vanificate da chi deve applicarle. Incrociamo le dita. Sono da sempre favorevole a una scuola per i magistrati: che vengono immessi nei palazzacci in forza di una laurea facile ed un concorso non scevro di ombre. Accade poi che sul campo non valgano niente. Sono egualmente favorevole a promozioni ottenute per merito e non in base all’automatismo del todos caballeros. L’egualitarismo che ha imperversato in magistratura era deleterio. Importante è che i concorsi non siano inquinati dai favoritismi, e che il magistrato sotto promozione non trascuri gli altri suoi fascicoli per dedicarsi a una questione elegante, da trattare e risolvere dottamente. Può darsi che la riforma sia incompleta - tale la ritiene Berlusconi - o difettosa (tale la ritengono anche gli avvocati). Da cittadino mi appello a maggioranza e opposizione: fatecela provare questa riforma. Non ci interessano un gran che i dubbi di incostituzionalità che anche Ciampi ha rilevato e che sono roba da iniziati, ci interessa che nei palazzi di giustizia si possa avere giustizia. Da vivi, se possibile.