Da individuali a collettivi: così sono cambiati i vizi

Ho tra le mani l’ultima fatica di monsignor Ravasi, «Le porte del peccato». Vi si parla di vizi capitali. Fa sorridere il titolo del libro e la singolare coincidenza tra la sua pubblicazione e l’ingresso dell’autore in Vaticano, come arcivescovo e nuovo ministro della Cultura. Non conosco alcun luogo che garantisca il pedigree della santità. Conosco piuttosto la fatica di chi cerca di raggiungerla, migliorandosi.
Entrare nella nuova opera di Ravasi, alimenta l’invidia. Colpisce la gigantesca padronanza culturale dell’autore, che si muove in tutti gli ambiti del sapere, con leggerezza e maestria. Parlare di vizi, è parlare dell’uomo. Diceva Orazio che nessuno ne nasce esente. I migliori sono quelli che sono colpiti dai più leggeri. Fuori dai possibili moralismi, intenti a scrutare lamentosamente i mala tempora, siamo alla storia della perenne fatica nel fare il bene di cui fu testimone Paolo di Tarso: «Faccio il male che non voglio, mentre non faccio il bene che vorrei». Ma non tutti sono stati così sensibili al fascino della virtù. Diceva Eraclito che la perfezione la possiedono soltanto gli dei e gli stupidi, mentre nell’Età dei Lumi, le virtù erano guardate con indifferenza e i vizi erano visti con simpatia. Da che mondo è mondo, si fan più soldi con quest’ultimi che non con le buone opere. Su gola e lussuria c’è un giro d’affari da capogiro. A far la morale in questi settori, c’è il rischio di finire come il grillo di Pinocchio.
Ma il tema, a dispetto delle sdrammatizzazioni, tocca un tasto non indifferente. Siamo sulle orme della coscienza, senza la quale c’è il rischio di ridurci a un branco. L’argomento tiene banco dalla storia delle origini. Esemplare la metafora della piazza e del castello, luoghi di socialità e privatezza. Spazi oggi sempre più intrecciati, fino al punto da domandarsi se la coscienza sia ancora padrona di se stessa. Umberto Galimberti sostiene che «i nuovi vizi non sono personali, ma tendenze collettive, a cui l’individuo non può opporre un’efficace resistenza individuale, pena l’esclusione sociale». Siamo dunque alla fine della responsabilità individuale? Si è cancellata la frontiera della piena avvertenza e deliberato consenso, che Abelardo poneva come condizione per il realizzarsi della colpa? Potremo ancora parlare di peccato o dietro la grata manderemo i media, l’opinione pubblica, il politicamente corretto, in un contesto culturale dove tutto è colpa della società, della famiglia, dei politici, della scuola, della Tv?
Un sentire insidioso che rischia di svuotare la responsabilità personale, ma anche il senso del bene comune, la solidarietà, il rispetto della vita e della famiglia, a vantaggio di una visione consumistica e privatistica dello star bene da soli. Il problema della coscienza diventa allora un imperativo che riguarda l’intera società, perché la banalizzazione del senso morale si trasforma in sorgente d’illegalità. E allora non c’è legge che tenga. Le misure di repressione, rivendicate come condizione di risanamento, hanno il valore di provvedimenti tampone, rispetto a un degrado che domanda di lavorare sulle coscienze, gli unici spazi dove può tornare a fiorire il senso della virtù.
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