Indro mentiva, ma meno di chi dubita di lui

C’è di sicuro un piacere acre nell’infrangere gli idoli, nel ricondurre ai livelli bassi della natura umana personaggi famosi, e osannati. Tacito ha consegnato alla posterità un tenebroso Tiberio, e dopo di lui tanti altri - di gran lunga meno geniali - si sono cimentati in quest’opera di demolizione dei grandi. Adesso è trendy, se vogliamo adottare l’italglese imperversante, parlar male di Garibaldi e bene dei Borboni di Napoli. La storiografia è bella anche perché consente - quando non venga inamidata dalla retorica ufficiale - ampi margini di discrezionalità e ampie occasioni per la polemica.
Non mi fa dunque piacere, ma nemmeno mi scandalizza troppo, che Renata Broggini abbia dedicato a Indro Montanelli un saggio (Passaggio in Svizzera) la cui tesi può essere sintetizzata in quattro parole: Montanelli era un bugiardo. Lo è stato particolarmente, secondo la Broggini, quando ha raccontato le sue traversie di inseguito dai fascisti, di prigioniero dei tedeschi, di evaso da San Vittore, di rifugiato in terra elvetica. Da ricercatrice diligente, la Broggini ha esplorato gli archivi federali di Berna e Bellinzona, l’archivio di Stato a Roma, memoriali, epistolari. A quanto leggo ha anche incontrato Indro. Non so se gli abbia posto, a quattr’occhi, le obbiezioni che gli pone postumamente. Per la lunghissima consuetudine che ho avuto con lui penso che, se affrontato da una Broggini munita di pezze d’appoggio cartacee e invitato a discolparsi, avrebbe sorriso bonario e ammesso: sì, qualche volta sono stato un bugiardo.
Nel senso che nel ricostruire la propria straordinaria vita così come nel costruire i suoi straordinari articoli e libri, Montanelli a volte modificava questo o quel particolare. Voleva che la storia risultasse più giornalistica, voleva accentuare la sua presenza di testimone dei maggiori eventi. Non era a Milano nei giorni della Liberazione e non poteva perciò aver visto i corpi appesi di piazzale Loreto. Ma il racconto montanelliano, così come i suoi ritratti, resta genuino, autentico, impeccabile nelle linee generali, che sono quelle che contano.
La Broggini, presa da un raptus dissacrante, insinua invece ben altro. Insinua che Montanelli non sia veramente evaso da San Vittore, che non abbia dato alcun apporto alla lotta partigiana, che abbia cinicamente lasciato in balia dei tedeschi la moglie Maggie. Insinua perfino che abbia minimizzato ciò che la madre fece per la sua liberazione. Non diciamo sciocchezze. Quando rievocava quel tempo tremendo, Indro parlava e parlava con venerazione della madre Maddalena, e di come avesse venduto i suoi gioielli e bussato tutte le porte per strapparlo alla Gestapo. Che, nella persona del comandante Saewecke, ebbe per Montanelli (considerato un prigioniero speciale), una non meno speciale attenzione. La linea di confine tra l’esecuzione d’una condanna a morte - che ci fu - e un’evasione «autorizzata» è, nelle circostanze che Montanelli affrontò, sottilissima. Che fosse a San Vittore e che essendovi potesse da un momento all’altro essere mandato al muro, o in un campo di sterminio (che fa lo stesso) può testimoniarlo Mike Bongiorno; ragazzo italoamericano che era stato portato in carcere per motivi di sicurezza, che nel carcere - affidato a personale italiano - godeva d’una sorta di semilibertà, e che si adoperava per recapitare alla madre di Indro i biglietti del figlio.
Montanelli - lo osservo senza voler mancare di rispetto alla signora Broggini - è un bersaglio facile. La copertura della sinistra - che per un certo periodo lo coccolò in odio a Berlusconi - s’è attenuata, la copertura del centrodestra è svogliata. La memoria di Indro sta subendo il processo d’emarginazione politica che gli toccò quando arrivò in Svizzera: e quando a lui, braccato dagli uomini di Salò, gli antifascisti di lungo corso che là si trovavano fecero la faccia feroce. Non potevano sopportare il suo passato, non potevano sopportare il suo successo. Non ha protettori nemmeno adesso, al di fuori dei suoi scritti. Dopo l’ottima biografia di Paolo Granzotto ne è arrivata (solo la prima parte) una piuttosto diffidente e malevola di Sandro Gerbi e Raffaele Liucci. Infine il fendente di Renata Broggini. Che a mio avviso ha con molta fatica voluto documentare qualcosa che agli ammiratori di Montanelli importa moderatamente: che ogni suo brandello di reminiscenza e ogni sua virgola regga alla prova dei ricercatori e delle ricercatrici.
Per il molto dubbio privilegio dell’età, e di esperienze comuni, io riconosco a Montanelli il merito d’una verità generale raccontata stupendamente. Quanto piace ai ricercatori di poter tracciare, di mesi come quelli di Salò e di Salerno, un profilo coerente e logico. Quello che vantavano gli «antifascisti doc». Invece tutto era dubbio, torbido, tragico. Nel bellissimo libro che scrisse di getto - Qui non riposano - Montanelli fu, tra tanta faziosità e tanta menzogna, uno dei pochissimi capaci di cercare la verità profonda nei fatti e in se stessi. Onore a lui. Per la verità, e perfino per le bugie.
Mario Cervi