Indulto, già tornati in cella tremila scarcerati

Il presidente Napolitano nel carcere di Rebibbia: "Rivediamo il sistema", ma difende l'aministia. Quindi si rivolge al parlamento: "Dietro le sbarre solo chi ha commesso fatti gravi"

Roma - Dietro le sbarre delle finestre tanti detenuti salutano Giorgio Napolitano, che percorre gli assolati viali di Rebibbia. Gridano al presidente della Repubblica parole di benvenuto, qualcuno un calcistico «Forza Napoli!», ma i più la richiesta-principe: «Amnistia, amnistia!».

È la seconda volta che un capo dello Stato entra in un penitenziario, dopo l’iniziativa di Carlo Azeglio Ciampi a Spoleto nel 2002. Ad un anno dal suo arrivo al Quirinale, Napolitano visita il carcere d’eccellenza romano con il ministro della Giustizia, Clemente Mastella. Si ferma a parlare con le detenute-madri che nell’asilo nido hanno 17 bimbi sotto i 3 anni; osserva la falegnameria dove i carcerati lavorano. «L’ho visto emozionato», spiega poi il Guardasigilli.
Nel teatro del penitenziario aspettano decine di detenuti, circondati dal cordone blu di agenti penitenziari, insieme alle autorità. È lì che Napolitano parla dell’indulto come di «un passo eccezionale, ma necessario per rendere più vivibili e degne le carceri italiane» e sottolinea che la detenzione deve essere riservata «a chi commette crimini che destano allarme, che ledono gravemente valori e interessi preminenti e intangibili». Chiede al Parlamento di cercare «soluzioni condivise» per «ripensare l’intero sistema delle sanzioni e della gestione della pena». La prigione, insomma, come l’extrema ratio per gravi reati, ma nel rispetto delle esigenze di sicurezza e con attenzione per le vittime.

Prima del presidente lo dice anche il Guardasigilli, che difende la scelta dell’indulto: «Ha ricondotto le carceri italiane in condizioni di legalità: se non ci fosse stato, avremmo avuto un’esplosione di collera incontenibile». Cita Gramsci per parlare del rischio rivolta. Di chi è uscito per l’indulto «solo il 12 per cento» è tornato in cella perché recidivo. Secondo i dati, a 9 mesi dal provvedimento sono tornati in libertà in 26.201 (10.043 stranieri), di cui quasi il 70 per cento condannati definitivamente e 8mila per la revoca di misure cautelari. I penitenziari, affollati il 31 luglio da 60mila detenuti, quando la capienza è di circa 43.500 posti, ospitano oggi 42.702 persone.

«Ma per noi l’indulto non è stata la soluzione di tutti i problemi», spiega una rappresentante delle detenute. Grazia Middei sale sul palco vestita di jeans e lamenta i tempi lunghi dei processi, le lentezze dei tribunali di sorveglianza, la difficoltà di accedere ai benefici carcerari anche se riabilitati. Parla dello strazio delle madri-detenute, delle difficoltà delle immigrate, dei problemi di reinserimento lavorativo. Dopo di lei anche un detenuto in giacca blu, Emilio Cotugno, dice con voce sicura che non sempre i diritti dei detenuti sono rispettati: quello alla salute in carceri fatiscenti, quello al lavoro, allo studio, alla rieducazione con la carenza di educatori sociali. Sono solo 13 a Rebibbia per 1.100 reclusi, conferma il direttore del Dap, Ettore Ferrara. Napolitano stringe la mano ai due detenuti, tra il tifo degli altri. Spiega che è venuto «per ascoltare, non per dare risposte», ma che soprattutto l’appello per le madri recluse e per le immigrate, ha lasciato il segno. Discorsi che fuori, nel mondo della politica, suscitano polemiche. «L’indulto è stato un errore», insiste Gasparri di An. Mentre Caruso del Prc rilancia la battaglia per l’amnistia. E per Berardi, presidente dell’associazione vittime del terrorismo, le parole di Napolitano sono «allarmanti».