Indulto, Di Pietro in piazza assedia gli alleati

La maggioranza insiste: testo blindato o salta l’intesa tra i Poli

Marianna Bartoccelli

da Roma

«Descamisado» come i peronisti di un tempo, il ministro autosospeso per manifestare contro il suo governo, Antonio Di Pietro, spiega al megafono, in una piazza Montecitorio a 40 gradi, il perché del suo no a questa legge sull’indulto. Non si può scrivere che arringhi la folla, visto che non c’è, ma è circondato dal girotondino Pancho Pardi e dai suoi dell’Italia dei valori, Leoluca Orlando in testa, che spiegano che non si può approvare questa legge, un colpo di spugna, e che ancora una volta i Ds si sono messi d’accordo trasversalmente per salvare i loro potenti.
L’accusa è precisa: la legge sull’indulto sottoposta all’approvazione della Camera non è solo un gesto di clemenza per 13mila detenuti, ma è anche «una polizza di assicurazione preventiva - spiega Orlando, portavoce dell’Idv - per tutti gli imputati eccellenti. Da calciopoli ai furbetti, ma soprattutto agli imputati di Unipol». L’accusa agli alleati di governo è esplicita: hanno chiuso l’accordo con Forza Italia perché anche loro salvano i propri. «Non è tanto Previti il problema - aggiunge Orlando - che tanto non è in carcere ma agli arresti domiciliari, ma i futuri condannati per reati finanziari, alcuni dei quali sono del centrosinistra». Insomma l’indulto come uno sconto di pena preventivo.
Ed è per tentare di stoppare questa conseguenza che Pino Pisicchio, presidente della commissione Giustizia dell’Idv, chiede e ottiene da Bertinotti una sospensione del dibattito d’aula per consentire al comitato dei nove (i capigruppo della commissione) di analizzare la proposta di limitare l’indulto alle sentenze passate in giudicato entro il 2 maggio. Così da tenere fuori dal beneficio alcuni dei futuri condannati eccellenti.
Ma tutti, destra e sinistra, hanno convenuto che la norma sarebbe stata anticostituzionale e così non se ne è fatto più nulla e Pisicchio è tornato in aula a sostenere l’emendamento presentato da Dario Franceschini dell’Ulivo che chiede di lasciare ai detenuti che godranno dell’indulto le cosiddette pene accessorie temporanee (interdizione dai pubblici uffici, decadenza dall’esercizio della patria potestà e simili). È questo l’unico emendamento che questa mattina potrebbe creare tensione, visto che verrebbe modificato l’accordo fatto da Gaetano Pecorella (Fi) e Massimo Brutti, responsabile giustizia Ds.
«Quello che la Camera voterà è un testo blindato, altrimenti salta tutto», ha ribadito Pecorella, che ha anche spiegato come la proposta di Di Pietro e dell’Idv di retrodatare la validità della legge fosse improponibile: «Come si fa a ipotizzare che la norma possa servire per qualcuno che non è stato ancora rinviato a giudizio e che non è detto che venga condannato?». E denuncia «una logica perversa e certamente giustizialista».
Anche a sinistra l’autore dell’accordo, Massimo Brutti, ribadisce il timore che qualunque modifica alla legge possa fare saltare la garanzia che si possano raggiungere i 2/3 dei voti necessari. E il timore di Brutti e di molti dell’Ulivo in aula è che l’ostruzionismo di Di Pietro possa coagulare le resistenze che ci sono in casa Ulivo, come le dichiarazioni di questi giorni di Luciano Violante hanno fatto temere. Forse è per stoppare qualunque tentazione che Piero Fassino ieri non si è mosso dalla Camera un attimo e nello stesso tempo i leader dei Verdi e di Rifondazione si sono dati da fare continuamente per spiegare, spingere, sollecitare, convincere che l’indulto «è ormai una necessità».
E Francesco Forgione di Rifondazione Comunista spiega che bisogna «far fronte all’indignazione eticista, girotondina, per riuscire a varare l’atto di clemenza. Manderei ogni giorno i filmati di quello che si vive in carcere, di quella cella di 3 metri quadrati con tre serie di letti a castello che ho visto, abitata da condannati all’ergastolo per omicidio e da un ragazzino di 19 anni, colpevole di avere rubato un motorino. Di fronte a certe scene difficilmente si può trasformare la legge sull’indulto in uno scontro politico».
Ma per Di Pietro e i suoi dell’Idv si tratta di «un indulto a futura memoria, un Parlamento sordo non ha voluto ascoltare nemmeno il nostro ultimo accorato appello» e quello che più l’offende «è il silenzio rumoroso dei segretari del centrosinistra, preoccupante e arrogante di fronte alle richieste di un partito alleato». E sul silenzio assordante dei leader è d’accordo anche Daniele Capezzone, della Rosa nel pugno: «Finora non hanno detto parole nette».
Il voto sarà oggi, ma Di Pietro annuncia ancora manifestazioni contro «un colpo di spugna che nemmeno il governo Berlusconi è riuscito a fare», ribadisce il ministro descamisado.