Indulto, siamo di nuovo all’emergenza carceri

Intanto a Palazzo di giustizia mancano i soldi per computer, carta e matite

Enrico Lagattolla

I punti di vista sono due. Il primo, è quello del sistema penitenziario. E lo spiega il provveditore regionale Luigi Pagano. «Nell’immediato, il provvedimento ha avuto efficacia, riparando al sovraffollamento delle carceri. Il punto, però, è che nel giro di un anno torneremo a fare i conti con la stessa situazione». Il secondo, della macchina giudiziaria. «È come svuotare il mare con un colino - commenta un magistrato -. Senza un’amnistia, il nostro è diventato un lavoro a vuoto». A poco più di tre mesi dall’entrata in vigore della legge sull’indulto, i nodi irrisolti sono quelli di sempre. E qualche problema si aggiunge.
Celle piene
Il sistema penitenziario lombardo sta tirando il fiato. Ma per quanto? Grazie all’indulto, infatti, fino ad oggi sono tornati in libertà 3.222 detenuti. Di questi, 1.836 sono italiani (1.746 uomini e 90 donne) e 1.386 gli stranieri (1.274 uomini, 112 donne) mentre 210 delle persone scarcerate grazie allo sconto di pena, invece, sono già tornate in cella (80 italiani, 130 stranieri). I più per reati di spaccio o per violazione della legge sull’immigrazione. Ancora, i detenuti ammessi alle misure alternative fino al 1° agosto di quest’anno (giorno in cui la legge è entrata in vigore) erano 3.623. I casi cessati per indulto ben 2.994.
Altri dati a cavallo dell’indulto. I detenuti nei penitenziari della regione erano 8.700, ben oltre la soglia critica fissata dal provveditorato intorno a «quota» 8mila. Eppure, in solo tre mesi la popolazione carceraria è già risalita fino a toccare le 6.500 presenze. In questo senso, appare probabile che nel giro di pochi mesi si tornerà a parlare dell’«emergenza» di sempre. Ricorda Pagano che «le situazioni più critiche riguardano le carceri di più vecchia costruzione, e quelle delle aree metropolitane». Quindi, San Vittore (in cui sono attualmente detenute circa 800 persone nella casa circondariale, 60 alla sezione penale, 90 al centro clinico, e 100 donne, oltre a una media di 70-80 extracomunitari che “soggiornano” quotidianamente in attesa della convalida dell’arresto), ma anche Brescia e Varese.
Dura lex

L’effetto dell’indulto sulla macchina della giustizia è quello di Achille e della tartaruga. Il paradosso di Zenone lo spiegano al settimo piano del Palazzo di giustizia. Ad oggi, sono circa 1.100 le richieste di applicazione dello sconto di pena pervenute agli uffici Gip, e «solo» 273 quelle su cui i magistrati hanno avuto materialmente il tempo di decidere. Mediamente, da tre mesi a questa parte - e quotidianamente - di domande ne arrivano trenta al giorno (con punte anche di cinquanta nel mese di agosto). Un numero difficilmente «smaltibile» a breve, nonostante il lavoro di giudici e cancellieri. E, secondo alcune previsioni pessimistiche, l’onda lunga del «condono» non si esaurirà prima di cinque anni. «Al di là di una valutazione di opportunità, e a un giudizio di tipo politico - spiegano i magistrati - senza un’amnistia ci troviamo a istruire processi sapendo già che nell’80 per cento dei casi la sanzione non verrà applicata». Perché gran parte dei processi si conclude con condanne inferiori ai 3 anni di reclusione (pari allo sconto fissato dalla legge) oppure fino a sei anni. Casi, però, che in sede di udienza preliminare vengono «ammorbiditi» dalle riduzioni previste dai riti alternativi e dall’applicazione delle attenuanti generiche, così da rientrare integralmente nei benefici dell’indulto. Il commento, per lo più, è laconico. «È come scavare una trincea per poi riempirla, e daccapo».
Denaro fantasma
Ma l’indulto ha anche un costo. Meglio, rappresenta un mancato guadagno per lo Stato. Perché il provvedimento prevede che venga applicato uno sconto fino a 10mila euro alle sanzioni pecuniarie stabilite dai giudici. Ora, all’ufficio Recupero crediti del Tribunale si contano circa 70mila pratiche coperte da indulto, a cui se ne aggiungono altre 5mila del Campione penale della Corte d’appello. Secondo una stima giudicata «prudente» dal procuratore della Repubblica di Verona Guido Papalia, e considerata valida anche dai colleghi milanesi, la media delle sanzioni condonate si aggirerebbe intorno ai 2mila euro a condanna. In totale, quindi, circa 150 milioni di euro che l’Erario «rinuncia» a incassare dai processi milanesi. Troppi, se si considera che meno di due settimane fa si è rischiato il black-out informatico, che mancano i soldi per la benzina, che gli interpreti aspettano da mesi i pagamenti arretrati, e che le cancellerie sono costrette al «razionamento» del minimo indispensabile. Perché - anche senza fondi - la carta qualcuno la deve pagare, e le matite è meglio usarle poco. Altrimenti si consumano.