Industria italiana boom: crescita e utili record grazie al modello tedesco

Nel 2006 ricavi +10% e profitti per 40 miliardi. Fisco leggero con i grandi gruppi, tartassate le medie imprese

da Milano

È una «corporate Italia» mai stata così in salute quella che emerge dall’ultima ricerca dell’ufficio studi di Mediobanca. Nel 2006 il fatturato cumulato delle 2.015 più importanti società italiane è cresciuto del 10%, record dell’ultimo decennio, con un risultato corrente di 40,9 miliardi, massimo di sempre, pari al 7,2% dei ricavi.
La ricerca, che Mediobanca pubblica da 45 anni, riguarda i «Dati cumulativi di 2015 società italiane». Un campione composto dalle grandi imprese industriali e del terziario, con oltre 500 dipendenti, integrato da un gruppo di medie imprese: aziende con un fatturato fino ai 290 milioni e non oltre i 499 lavoratori. Il quadro per il 2006 è quello di un sistema che cresce e guadagna, finalmente allineato alla ripresa economica europea che l’Italia inseguiva da un paio d’anni. Con benefici immediati prima di tutto per gli azionisti, inondati di dividendi (25 miliardi in più del 2005) e in seconda battuta per i lavoratori, che sono in sostanza rimasti gli stessi dell’anno prima (-0,1%), senza subire una diminuzione per la prima volta da un decennio.
La grande abbuffata di utili e dividendi non pare essere stata frenata più di tanto dal sistema fiscale. L’aliquota media del campione è risultata pari al 31,1%, minore della media che - sempre secondo Mediobanca - per le multinazionali europee è del 32,5%. Ma c’è una differenza: per i grandi gruppi quotati l’aliquota scende al 26,8%, le medie imprese (per le quali la fiscalità sul costo del lavoro ha un’incidenza maggiore) son ben più tartassate e l’aliquota media sale del 43,3%.
Qualitativamente si desume che il «mini boom» ha origine nel successo dei molti processi di delocalizzazione e internazionalizzazione che hanno permesso di cogliere gli effetti positivi della congiuntura internazionale trainata dai Paesi dell’area asiatica (Cina, India e Russia in primis). Un modello industriale un po’ più «leggero», che a qualcuno ricorda quello tedesco, e che ha permesso di sfruttare il potere d’acquisto dell’euro. Mentre lo sbocco finale di gran parte dei ricavi è comunque arrivato dalle esportazioni, che con una crescita del 13,5% hanno contribuito in maniera determinante al record del fatturato. Emerge anche con chiarezza il marcato contributo alla crescita dei ricavi arrivato dai maggiori gruppi, all’interno dei quali brilla il comparto delle costruzioni di mezzi di trasporto (che tradotto in altri termini significa Fiat) e quello dell’energia.
I grandi gruppi sono così riusciti ad allentare la dipendenza dal sistema bancario, anche grazie ai finanziamenti delle consociate internazionali, riducendolo in media al 40% delle fonti di finanziamento. Il che non riesce invece ad avvenire per le medie imprese, per le quali l’incidenza delle banche resta oltre il 90%.
Le incognite del modello «leggero» riguardano ora il futuro, perché per rendere stabili le nuove dinamiche sarà necessario investire in produzioni tecnologicamente più avanzate, unica strada per restare competitivi sul mercato globale.