Industriali e cambiali in protesto

È davvero necessario che il vertice di Confindustria passi più tempo in azienda di quanto ne passi a Roma. Ieri Montezemolo, Bombassei e Beretta si sono ridotti a firmare il documento governativo che prevede l’abbassamento dell’età pensionabile e un compromesso sulla flessibilità nel mercato del lavoro.
Quando un’organizzazione si trova ad essere così clamorosamente in contrasto con gli interessi dei propri iscritti, il motivo è che i suoi vertici più che per la base lavorano per se stessi.
Ma vediamo perché.
Il 21 luglio dopo una consultazione notturna riservata ai soli sindacati, il governo Prodi vara una controriforma delle pensioni, abolendo lo scalone Maroni, che avrebbe portato l’età della pensione subito a sessant’anni. Il costo è di 10 miliardi circa: di questi, 4 miliardi e mezzo sono a carico dei lavoratori atipici (i paria del nostro mondo lavorativo) e 3,5 miliardi, con tutta probabilità, a carico delle aziende, per l’aumento dei contributi previdenziali.
Passano due giorni e anche Confindustria riesce ad essere convocata a Palazzo Chigi. I nostri eroi escono dalla riunione con una generica assicurazione che la legge Biagi (che ha reso il mercato del lavoro più flessibile) non verrà modificata troppo e che ci sono 150 milioni per ridurre la tassazione sul lavoro straordinario e uniformarla così a quella del lavoro ordinario. In più, a danno della flessibilità, si introduce la sostanziale abolizione, dopo due rinnovi, dei contratti a tempo determinato.
La Confindustria prende tempo. Come darle torto. Montezemolo - soltanto a fine maggio - nel suo discorso che aveva infiammato la platea confindustriale ci aveva raccontato che «l’Europa deve rappresentare il nostro punto di riferimento anche nel dibattito delle pensioni» e la Commissione aveva già detto pubblicamente di non gradire la controriforma prodiana. Montezemolo, sempre nel suo discorso, aveva ricordato che «siamo il Paese con l’età media più alta e quella di pensionamento più bassa». E sulla flessibilità poi. Il Nostro era stato durissimo, con sottolineature: «occorre ampliare gli spazi di flessibilità» e ancora «la Biagi va completata non certo ridotta». E poi quello straordinario claim: «Abbiamo sempre parlato prima come cittadini e poi come imprenditori». Evviva.
Insomma Confindustria comprensibilmente si prende il suo tempo per mettere una firmetta in calce ad un documento che le regala, forse, 150 milioni in straordinari e fa pagare al Paese dieci miliardi in pensioni. Temporeggia per firmare un accordo fatto in via preliminare con i sindacati e in cui si riduce la flessibilità dei contratti a tempo determinato e in cui, più che completare, si riducono alcuni istituti della Biagi.
I nostri eroi sono lì a Viale dell’Astronomia che pensano e ripensano. Cunctando restituit dice il motto del liceo Massimo, dove Montezemolo ha studiato. Nel frattempo le agenzie di stampa battono le posizioni di una folta pattuglia di politici della sinistra governativa che chiedono sempre a maggior forza il picconamento della Biagi. Lo stesso giornale del gruppo spiega i rischi crescenti che corre la flessibilità del lavoro in Italia. E i nostri che fanno? Proprio nel giorno in cui dal consiglio dei ministri trapela l’ulteriore bottarella alla Biagi, firmano. Voilà.
I nostri lettori hanno capito bene. Ieri Confindustria ha firmato l’accordo sul welfare. Ma certo chiedendo che «il testo sia immodificabile». In sostanza che i danni fatti non vengano aggravati. È come se un cliente, che già nel passato si è rivelato moroso, si presentasse da Bombassei e gli chiedesse un paio dei suoi preziosi impianti frenanti. L’aria di Bergamo (ma verrebbe da dire la ragionevolezza) indurrebbe Bombassei a farsi pagare in anticipo e per contanti. Invece i nostri confindustriali sono tutti lì pronti a prendersi una cambiale dietro l’altra dal governo. Forza, avanti il prossimo.
Gli interessi dei vertici di Confindustria in questo momento sono tutti concentrati nella successione al suo presidente. E il clima è ben sintetizzato dal numero uno dei giovani, Matteo Colaninno: l’incipit dei suoi ultimi comunicati stampa è il seguente: «concordo pienamente con le prime valutazioni del presidente...». E chi se ne importa.
L’organizzazione confindustriale è diventata un partito. I suoi congressi e l’elezione del segretario (si chiama presidente) contano più degli interessi della base. Montezemolo ha capito bene (dopo le contestazioni di Vicenza) che ai suoi iscritti deve dare un segno e così ha fatto a fine maggio con la sua forte critica alla cultura anti industriale di questo governo. Ma i comportamenti concreti sono cosa diversa. Sono figli degli interessi dell’apparato. Usando le parole di Montezemolo, questa Confindustria delle imprese e dei cittadini «se ne fa un baffo».
Nicola Porro
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