Infiamma la Scala il tragico «Teneke» rivisitato da Olmi

Successo per la prima assoluta nel teatro milanese dell’opera di Fabio Vacchi. Sicuro sul podio Roberto Abbado, magnifiche le scenografie di Arnaldo Pomodoro

da Milano

C'è stata una «prima assoluta» alla Scala: linguaggio impegnativo, tema arduo; ma il pubblico ha riempito il teatro ed ha applaudito fortemente. La storia è tratta da un romanzo di Kemal, Teneke. È la disfatta delle intenzioni oneste del giovane capo d'un paese che invano si oppone ai potenti coltivatori di riso per evitarne il micidiale allagamento; essi corrompono cinicamente il paese contro la legge e contro la stessa salute. Teneke sono i tamburi di latta con cui i momentanei vincitori lo scherniscono. Kemal è il grande narratore turco, acclamato in proscenio con gli artisti. È un ottantenne fascinoso, imprevedibile, capace di rimproverare sorridendo i colti italiani che lo festeggiano d'aver dimenticato fra gli scrittori importanti Zavattini. Ed è capace di raccontare una storia come quella rappresentata senza rinunciare a guardarsi attorno con leggerezza, alla natura, e con i suoni avvolgenti della parola.
Fabio Vacchi, che ne ha fatto un'impegnativa opera, ha scelto invece l'immersione nella tragedia. Ne è venuta una specie di struggente e scura parabola morale e storica, dove i personaggi si caricano di coscienza e di responsabilità e dove il coro diventa quasi il protagonista. Questa tensione e l'intenzione ferma di comunicarla a chi vuole partecipare ascoltando lo portano a tentare un decisivo passo avanti nella sua creatività: e così sono presenti ancora le qualità che hanno lo affermato nell'avanguardia di ieri, con le durezze sonore, le associazioni di pensieri musicali sentite necessarie anche a scapito della sintesi, e quelle che l'hanno imposto come capace di dare una tinta sua ai più svariati linguaggi eruditi e popolari e mescolarli; ma sul fare dell'opera Vacchi si affaccia a una verità nuova buttandosi all'estremo delle possibilità espressive: allora il protagonista può imbizzarrirsi quasi in lotta con un violoncello per chiedersi ragione della propria solitudine e finire per evocare la sua donna amata e lontana in un duetto arrampicato in cima al pentagramma d'intensità lacerante e luminosa, indimenticabile; e il coro può unire oppressione e debolezza, linearità e intrico, in una nostalgia indicibile.
Roberto Abbado si pone come custode di questa partitura con sicura bravura; i cantanti vi si dedicano generosamente. Sono tutti efficienti: il tenore protagonista Steve Davislim, la tonante Anna Smirnova e Andra Concetti, con evidenza; ma s'impone con nitida potenza Nicola Ulivieri, e Rachel Harnisch, l'amore del povero protagonista, riesce a dare nelle impervie altezze una varietà di colori e di sentimenti da brivido. Tutti gli interpreti sono convinti di poter essere credibili, di rappresentare una verità: i loro movimenti formano il ritratto di gente di un paese turco antico, che ha una sua vita rustica autentica, e i quadri che via via si compongono sono pittoreschi e credibili insieme. Qui sta la differenza fra un regista abile, come ce ne sono tanti, e un Ermanno Olmi, che fa crescere la fede nel teatro in chi interpreta e in chi assiste.
La parola è un po' banalizzata nel libretto di Marcoaldi; ma l'immagine è poi garantita dalla straordinarietà della scena di Arnaldo Pomodoro. Tutti sappiamo che come scultore è l'uomo che ha mostrato il travaglio drammatico che si cela sotto la superficie, e la speranza di barbagli di luce che ne rendono la bellezza dolorosa ma non opprimente. In scena, lo spazio drammaticamente rotto e invaso poi da acqua che non lava né purifica era spettacolo di un forza continua, anche per la precisione eloquente dei materiali, che trasformavamo la terra in relitto cosmico, il disagio in dolore.