Infibulazione, operate cento immigrate l’anno

Ecco i centri che aiutano le donne vittime di mutilazioni genitali. «Aumentano le ragazze in cerca d’aiuto ma c’è ancora tanta paura»

Milano nasconde un lato oscuro, nero come l’Africa profonda, dove l'infibulazione è ancora una realtà, atroce. Un'esperienza che molte donne portano con sé, lasciando il proprio paese alla ricerca di un futurodiverso. Nella sola Milano sono circa 100 le immigrate vittime di mutilazioni genitali che lo scorso anno si sono rivolte a uno dei 19 consultori della città per chiedere aiuto: «In genere - spiega Graziella Sacchetti, ginecologa del Centro salute e ascolto donne immigrate dell'ospedale San Paolo - provengono dall'Africa subsahariana, si rivolgono a noi durante la gravidanza».
Le mutilazioni genitali vengono comunemente divise in tre categorie: di primo tipo se è stata praticata l'asportazione del cappuccio della clitoride, di secondo tipo se sono state recise anche le piccole labbra, fino alla mutilazione più estesa che prevede anche l'asportazione delle grandi labbra e la cucitura di ciò che è rimasto. «Se incontriamo la donna entro il quinto mese di gravidanza, possiamo proporle un'apertura prima del parto, con l'anestesia epidurale. Se invece la gravidanza è già avanzata, è meglio eseguire la deinfibulazione al momento del parto, ma non è detto che chi ha subito una mutilazione del secondo o terzo tipo debba per forza partorire con il cesareo». La gravidanza non è l'unica strada per uscire allo scoperto, di rado capita che immigrate trovino il coraggio di domandare aiuto prima del matrimonio: «Sono ragazze di seconda generazione, chiedono di essere operate perché non sopportano più le conseguenze fisiche dell'infibulazione o perché hanno fatto un percorso che le ha portate a ripensare a questa tradizione».
Il ruolo delle mediatrici culturali è fondamentale per trovare una chiave d'accesso e comunicare con donne che non vogliono parlare della loro esperienza. «Le mediatrici linguistico culturali che appartengono alla Cooperativa Crinali-Donne per un Mondo nuovo sono 13, di diversa nazionalità. - spiega la responsabile del progetto Spazi di Integrazione, la dottoressa Patrizia Madoni -. Tutte donne, una condizione fondamentale per andare incontro alle nostre pazienti. Le operatrici hanno vissuto un loro percorso migratorio e poi hanno frequentato un apposito corso per imparare ad aiutare le proprie connazionali». Ma non sempre è facile, e spesso, soprattutto per aiutare le figlie di queste donne, è necessario evitare lo scontro. «Con una coppia di sudanesi - ricorda la ginecologa - è stato particolarmente difficile, ma alla fine abbiamo trovato una buona soluzione. La futura madre voleva a ogni costo essere richiusa dopo il parto, la norma nel suo paese. Grazie al rapporto di fiducia creato nei mesi della gravidanza, e dopo averle spiegato i divieti della legislazione italiana e gli svantaggi di una simile pratica, abbiamo raggiunto un compromesso: un punto post parto, spesso comunque necessario».