Infinitif trottatore italiano ma c’è ancora chi contesta

L’ippica, purtroppo, a me pare si stia trastullando con cose assolutamente marginali se non comiche, come l’annuncio della solita associazione guidatori Unagt, che dichiara una forma di protesta contro l’Unire, con un ritardo delle corse di 15 minuti. Premurandosi di precisare: attenzione questa protesta non è contro chi è a capo dell’Unire, l’attuale commissario Guido Melzi, ma contro la burocrazia inetta e inamovibile che sta mandando l’ippica a picco. Ma la gente richiederà: chi dovrebbe combattere questa presunta burocrazia inetta e inamovibile se non il commissario con tutti i poteri? Se non è comicità pura tutto questo, ditemi voi cosa altro può essere.
Viceversa si passa il tempo a fomentare scandali su patenti di italianità o meno del cavallo Infinitif, vincitore da imbattuto del Derby del trotto. Invece di valorizzare quale prodotto dell’allevamento italiano questo campione, si cerca pretestuosamente di farlo apparire come figlio illegittimo del nostro allevamento. Sempre straparlando senza conoscere a fondo le cose di cui si parla. E allora vorrei precisare una volta per tutte che l’«italianità» di un cavallo iscritto nel Libro Genealogico del Cavallo Trottatore Italiano, intesa come stanzialità territoriale, è stata radicalmente abbandonata sin dal giorno della creazione dello strumento regolamentare previsto dalla direttiva comunitaria 428/90, recepita come legge dello Stato con D.M. del 24 giugno 1992. E infatti non ha avuto dubbio alcuno il segretario generale dell’Unire, Maurizio Soverchia, nel rispondere alle prime illazioni degli «sportivissimi» proprietari dei partecipanti al Derby con un comunicato di chiarimento. Oltre a conoscere molto bene la materia, il Segretario avrà anche fatto riferimento ad un parere di uno studio legale che per conto dell’Ente aveva a suo tempo esaminato a fondo la materia.
Al fine di chiarire, e spero definitivamente, la questione citerei letteralmente un passo del ponderoso e probabilmente anche costoso parere: «L’Unire, con nota del 25 marzo 1992, ha precisato, tra l’altro, che a decorrere dal 1992, con riferimento alle corse al trotto, a seguito di delibera del Consiglio di amministrazione n. 604 del 3 dicembre 1991, è stato adottato il libro genealogico della razza trottatore italiano, con l’estensione all’iscrizione nel predetto libro anche dei cavalli trottatori italiani nati ed allevati in un qualsiasi Paese aderente alla Cee. Successivamente, in risposta alla decisione della Commissione del 26 marzo 1992, con la quale si chiedeva agli Stati membri di comunicare le informazioni ed i dati relativi ai criteri adottati per la distribuzione dei fondi riservati per l’allevamento nazionale, l’Unire ha comunicato un prospetto dal quale si evince che a decorrere dal 1992 una certa percentuale di corse (circa l’80%) sarebbe stata riservata “ai trottatori italiani nati ed allevati in un Paese aderente alla Cee” e che sarebbero stati “riservati agli allevatori del cavallo trottatore italiano nato ed allevato in un Paese aderente alla Cee” allocazioni pari al 20% del totale».
Molto probabilmente chi non vorrà capire non capirà ma, visto il livello della polemica, la mia impressione è che parecchi non sono effettivamente in grado di capire. Come dicono a Napoli: non sono imparati.
* Consigliere dell’Anact (Associazione nazionale allevatori del cavallo trottatore)