Influenza aviaria, il Lazio rafforza i controlli

Massimo Malpica

«Nessun caso di influenza aviaria è stato segnalato nel Lazio». All’indomani dello sbarco in Italia del virus dei polli, gli assessori regionali alla Sanità e all’Agricoltura, Augusto Battaglia e Daniela Valentini, tranquillizzano i cittadini del Lazio, smentendo che il temuto H5N1 sia arrivato nei confini della regione. Ma già oggi si riunirà, per volere del presidente, Piero Marrazzo, un’unità di crisi convocata per affrontare l’emergenza, stabilire un protocollo da seguire in caso di ritrovamento di volatili morti e adottare un sistema di controllo standard per le denunce e le segnalazioni che arriveranno dalle varie province.
La dichiarazione congiunta dei due assessori è arrivata al termine di una riunione, insieme a Protezione civile comunale e provinciale, sala operativa regionale e prefettura di Roma, tenuta ieri mattina per fare il punto sulle prime segnalazioni di uccelli morti o malati arrivate alla questura capitolina: in mattinata un’anatra morta a Villa Borghese e un paio di corvi trovati stecchiti lungo via Casilina, e in entrambi i casi gli esami hanno fortunatamente dato esito negativo, poi nel pomeriggio due storni (specie che secondo il responsabile del servizio veterinario del Lazio non dovrebbe essere a rischio) morti in via Crescenzio, tre in via Nazionale e una decina tra via Cavour e via dei Serpenti. Per rafforzare l’efficienza dei controlli, comunque, Battaglia e Valentini hanno ricordato che nel caso in cui ci si trovi di fronte a un pennuto senza vita non bisogna toccarlo, ma chiamare l’apposito numero verde della Protezione civile (800.940.918), garantendo che «ogni volatile segnalato verrà raccolto e analizzato».
Intanto viene smentito il pericolo potenziale evocato per piccioni e, appunto, storni, presenti in grandi comunità nella capitale, che però non sarebbero potenziali portatori della malattia non avendo contatti con i flussi migratori delle specie selvatiche, indicate come principali vettori dell’influenza aviaria. Sotto stretto monitoraggio finiscono invece le zone umide del Lazio e le aree più vocate per gli allevamenti. Ecco dunque i rigidi controlli nella riserva del lago di Vico, in provincia di Viterbo, meta privilegiata di sosta e transito per numerose specie di uccelli migratori e dunque luogo potenzialmente a rischio. E sempre il Viterbese è l’area più interessata dai nuovi controlli sugli allevamenti, visto che la maggior parte delle aziende laziali sono concentrate nella Tuscia, che ha 5.747 allevamenti e un milione 386mila capi, in grandissima parte polli e galline. Nel Lazio c’è un’attenzione molto elevata anche in provincia di Frosinone, dove vengono allevati circa un milione di capi tra polli da carne, galline da uova, tacchini, struzzi e piccioni, mentre Roma, Latina e Rieti, tutte insieme, non arrivano a sommare novecento allevamenti. Oltre ai problemi sanitari (la provincia di Viterbo si è già impegnata a finanziare i costi dell’eventuale abbattimento delle carcasse, in caso di contagio in allevamenti della Tuscia), il rischio è che l’economia del settore, già in pesante flessione per la frenata dei consumi di carne di pollo, venga messa in ginocchio dal rinnovato allarme.
Un rischio che il presidente della Regione spera di arginare non solo intensificando i controlli, ma anche contenendo la psicosi, come ha ricordato due giorni fa anche il ministro della Salute Francesco Storace. «Per quanto riguarda l’emergenza posta dall’influenza aviaria nel territorio del Lazio, è bene ribadire che la situazione è sotto controllo e non esistono motivi di allarmismo», ha detto Marrazzo, spiegando che il sistema di controllo e monitoraggio già esistente «verrà ulteriormente implementato con le misure che saranno adottate, nel corso della riunione plenaria», quando l’unità di crisi deciderà, tra l’altro, quali specie di volatili, se trovate morte o malate, andranno sottoposte alle analisi.