Influenza, quei 300 morti che nessuno vi ha raccontato

I MEDIA L’Oms alza il livello d’allarme? Panico Dice che è «pandemia moderata»: zero reazioni

L’ultimo squillo di tromba dell’Organizzazione mondiale della sanità è dell’11 giugno 2009. «Ho deciso di innalzare il livello di allerta per il virus AH1N1 dalla fase cinque alla fase sei», annuncia il direttore Margaret Chan in una conferenza stampa, presenti e pendenti dalle sue labbra i giornalisti di tutto il mondo. Poche parole ma di sicuro effetto, visto che è la prima volta in 41 anni che l’Oms dichiara il livello massimo di allarme pandemico.
E infatti i titoli il giorno dopo sono tutti uguali: «È pandemia». Del resto erano giorni che alzava il livello di allarme un giorno sì e uno pure. La scalata da 1 a 6 è stata rapidissima. Proprio come la scalata della pubblica emotività.
Un’evidenza molto minore però è stata data a un’altra affermazione di Margaret Chan: «Sarà una pandemia moderata». Forse la frase non ha avuto meno eco perché «pandemia moderata» ha il sapore dell’ossimoro, come «catastrofe serena» o «strage bonacciona». Ma come? Non è la stessa pandemia che ha fatto girare mezzo pianeta con la mascherina sulla bocca? Non è il morbo strisciante, l’apocalisse sotto forma di virus, la nuova peste? Lo spettro che ha spinto Obama a dichiarare lo Stato d’emergenza e, ieri, a far sapere di aver vaccinato le figlie Sasha e Malia?
Gli interventi preoccupati dell’Oms nel frattempo si sono rarefatti. A scandire il ritmo del panico ci pensa il periodico campanello d’allarme degli ammalati. Ogni bambino malato merita un lancio d’agenzia, ogni studente febbricitante un titolo di tg. Tre calciatori hanno la temperatura alta? Per precauzione si sospende la partita Marsiglia-Paris St. Germain e subito torna a salire il termometro della paura ex suina.
Nel tritacarne finiscono anche le vittime, quelle vere ma fortunatamente poche, che a causa dell’influenza A hanno perso la vita. L’ultima è di ieri: un medico di 56 anni ricoverato la sera del 26 ottobre all’ospedale Cotugno di Napoli, ieri mattina alle 11 e 45 è deceduto. L’ospedale ha fatto sapere che era positivo al test per l’influenza A, ma serviranno altre analisi, già in corso, per stabilire se si tratta del temuto ceppo H1N1.
Non importa che il dottore passato ieri a vita meno complicata, un chirurgo del Policlinico Federico II di Napoli, fosse già «affetto da uremia cronica, anemia, obesità e cardiopatia ipertensiva». È un altro morto, il sesto in Italia, e tanto basterà perché altre mamme si preoccupino per i loro bimbi, che chiamino allarmate i medici e invochino il vaccino. Le selettive orecchie dell’opinione pubblica funzionano così. Ogni normale e doveroso invito alla prudenza si trasforma in un appello disperato al grido di «si salvi chi può». Ogni sollecitazione alla calma ci rende tutti sordi.
Ma c’è un mistero che è davvero difficile da spiegare: i sei morti delle ultime settimane hanno occupato pagine di giornali. Della strage dell’anno scorso nessuno ha scritto una riga. Nemmeno noi: questa è una autodenuncia, una vera confessione a futura memoria.
Il Giornale, come tutti gli altri quotidiani, nel 2008, e negli anni precedenti, ha omesso di raccontare al suo pubblico che l’influenza stagionale ha fatto circa 300 morti. Nel 2006, stando ai dati Istat, i decessi sono stati 298. Nel 2003 un po’ di più, oltre 340: e mai una riga. E la cifra salirebbe a 4.000 circa, se si contassero anche le vittime che, oltre al virus, soffrivano di altre malattie (come cinque dei morti italiani da AH1N1). Sono molti di più del virus A, eppure li ha accompagnati solo il silenzio. Una strage occultata? «Semplicemente - spiega il virologo Fabrizio Pregliasco - questa influenza ormai ha richiamato l’attenzione e tutti hanno gli occhi puntati. E il fatto che colpisca i giovani crea ancora più allarme. Negli anni scorsi si moriva lo stesso, ma senza clamore». Per il virus A tanti malati, 150.000 contro i 30.000 dello stesso periodo del 2009, ma pochi morti. Il tasso di mortalità però è inversamente proporzionale al panico. C’è chi non se ne lamenta: a Big Pharma il virus A ha fruttato un paio di miliardi di ricavi in più.