INFORMARE NON È INDOVINARE

Ci dispiace, abbiamo il cuore a pezzi, per la storia del Genoa. Non ci dispiace per chi quella storia l’ha infangata. Ci dispiace, abbiamo il cuore a pezzi, per tutti i genoani per bene che non si meritano questo, per tutti quelli che la maledetta sera del Venezia hanno regalato un’Emozione anche a chi genoano non è, trasformando Marassi in un paradiso rossoblu. Non ci dispiace per chi parla di inferno, per quelli che reagiscono alla delusione con la violenza e con l’illegalità. Non c’è ingiustizia vera o presunta che giustifichi la violenza. Ci dispiace per tutti coloro che in questo drammatico periodo hanno provato ad aiutare in buona fede il Genoa. Non ci dispiace per gli irresponsabili che, proclamandosi amici del Grifone, hanno minimizzato, hanno detto che non sarebbe successo niente, hanno spiegato che non c’erano rischi, hanno fatto girare come un dogma di fede quel «Io sono fiducioso» che tanto ha illuso per due mesi tanti rossoblu in buona fede.
E la sentenza? È una sentenza della giustizia sportiva, che ragiona con parametri diversi da quella penale, che non è mai garantista e che è spesso ingiusta. Ma che è così da sempre. Se accetti di stare in un sistema - lo stesso sistema che ha ripescato a tavolino il Genoa dalla C alla B l’altro anno - ne accetti pure le regole, anche quelle sbagliate o presunte tali. Oppure, le contesti. Ma prima, non dopo che ti hanno colpito. E non risulta che il Genoa si sia battuto negli anni scorsi per riformare una giustizia sportiva che in passato retrocesse squadre solo perché un giocatore telefonava ad un altro e chiedeva notizie sullo stato di forma della sua squadra. È un sistema che non ci piace, ma non è stato inventato oggi.
Quanto a il Giornale, purtroppo, si è verificato quello che avevamo raccontato: il rischio di retrocessione in C era reale e il rischio di violenze in città era reale. Notizie che non avremmo voluto dare. Notizie che hanno portato qualche lettore a scriverci addirittura che non avrebbe più comprato il Giornale. Non siamo indovini, né Cassandre. Siamo solo giornalisti che fanno il loro mestiere, quello di dare le notizie. Non siamo dispensatori di facili ottimismi, né sciagurati che minimizzando i fatti e spargendo irresponsabilmente finto ottimismo hanno contribuito a creare le false aspettative di cui in questi giorni vediamo i drammatici effetti.
Abbiamo solo raccontato quello che sapevamo, utilizzando il codice sportivo e raccogliendo i tam tam della tifoseria organizzata. Qualcuno, fra i nostri lettori, se ne era avuto a male. Ecco, speriamo che oggi abbiano capito la differenza fra il Giornale e gli altri giornali. La differenza fra i giornalisti e i servi delle versioni di comodo. Anche noi siamo servi. Ma solo della verità.