Informazione cieca

Fastidio, c'è solo fastidio nella sinistra italiana di fronte al testo della Costituzione irachena, elaborata da un Parlamento liberamente eletto dai cittadini recatisi in gennaio alle urne, sfidando il terrorismo, e considerata una vera e propria svolta in un mondo islamico che stenta ad imboccare la strada della democrazia. C'è il silenzio di quelle leadership politiche sempre pronte a pronunciare la parola «ritiro», e c'è un'ondata di negazionismo in quei media che ne esprimono la cultura diffusa, con varie tonalità, dalla Repubblica che annuncia la «spaccatura» del Paese alla pur compassata Stampa, che intravede una «guerra civile». Non conta il fatto che da qui ad ottobre, quando si svolgerà il referendum, possano essere trovate delle correzioni consensuali sull'assetto federale, come richiesto dai rappresentanti sunniti, né il fatto che le potenze impegnate sul campo, a cominciare dagli Stati Uniti, lavorino per un accordo e neppure che i meccanismi di ratifica garantiscano appieno tutte le componenti.
No, quel che conta è solo il teorema in virtù del quale l'interventismo democratico è destinato al fallimento, anzi alla catastrofe, che Bush e i suoi alleati - da Blair a Berlusconi - sono protagonisti solo di un'avventura militare e che tutto ciò che è stato messo in moto con il rovesciamento di Saddam Hussein è l'errore. È un teorema fragile, visto che oggi nessuno - forse con la sola eccezione di qualche frangia «antimperialista» - può sostenere che la stabilità garantita dal regime del rais fosse migliore della difficile, tormentata e insanguinata transizione in corso: era la stabilità di una spietata repressione, delle fosse comuni che via via vengono alla luce, del sostegno a gruppi terroristici, di una corruzione internazionale che arrivava fino alle Nazioni Unite, del trinceramento politico del mondo musulmano nel dispotismo. Ancora più fragile di fronte al fatto che i kamikaze ormai non distinguano più tra le «forze di occupazione» - come spesso vengono definite, ignorando le stesse risoluzioni dell'Onu - e la polizia, i militari, i funzionari statali, le personalità e i semplici civili iracheni, vedendo il loro nemico nella possibilità di un cambiamento dal totalitarismo a uno spazio di libertà.
Ma è un teorema a cui la cultura diffusa della sinistra italiana non sa rinunciare, perché se lo facesse dovrebbe fare i conti con il suo massimalismo e con una contraddizione di fondo. È il massimalismo grazie al quale qualunque scelta compia Bush è come minimo sbagliata e, il più delle volte, sul limite del crimine. E non solo Bush, ma anche Blair quando si tratta di Irak e di lotta al terrorismo, e poi Berlusconi, per non parlare di Sharon, il «costruttore del muro», almeno fino a quando non ha mandato l'esercito a sgomberare le colonie di Gaza e ha azzittito con un gesto clamoroso i suoi giudici. Quanto alla contraddizione, essa consiste nel fatto che ammettere un solo passo avanti nella transizione irachena equivale a cominciare a dire che l'intervento militare e che lo sforzo di ricostruzione è servito a qualcosa. In altre parole equivale cominciare a dire: «Stiamo sbagliando». Una frase che non esiste nel linguaggio della sinistra, dove l'errore riguarda sempre il passato, almeno vent'anni prima, e sempre altre leadership. Guai anticipare un ripensamento, si viene travolti da un'ondata di sdegno, come è successo qualche mese fa al povero Piero Fassino, quando ha detto che era giusto rovesciare Saddam. Solo una cultura politica libera ha gli strumenti di capire e di vedere gli errori in tempo reale: non è un caso che in questi anni tutte le riflessioni critiche sulla gestione della transizione irachena siano venute in primo luogo da Washington.
Renzo Foa