Le informazioni top-secret? Scaricate da internet

Anche un volantino dei Verdi nel materiale che per Cipriani proviene dagli archivi degli 007

da Milano

«Ma dottore, questo tipo di informazione si trova anche sui libri di Le Carré!» sbotta - nel corso di un interrogatorio in carcere - Marco Mancini, lo 007 del Sismi accusato di avere venduto alla Telecom i segreti del «servizio». E ora che gli atti dell’inchiesta sono depositati, viene quasi da dargli ragione.
Questa parte dell’indagine è chiusa in una stanza a parte. Dovrebbe essere la stanza dei segreti. Invece, racconta chi ha potuto entrarci, è soprattutto la stanza delle bufale. Perché l’inchiesta milanese sulla Divisione Sicurezza di Telecom racconta come sia possibile - con un pizzico di ingegno e le amicizie giuste - riuscire a vendere a una delle più grandi aziende del Paese camionate di chiacchiere prese da Internet, dai giornali o inventate di sana pianta, facendosele pagare a peso d’oro.
Nella stanza chiusa a chiave della Procura milanese sono ora custoditi i documenti provenienti dalla nostra intelligence, ed acquisiti nel corso dell’indagine Telecom. Tutta roba coperta dal segreto di Stato, una dizione che fa immaginare scenari affascinanti di operazioni sotto copertura, di talpe, di diplomazia sotterranea. Niente di tutto questo.
Secondo l’inchiesta, il canale di collegamento tra Telecom e l’universo dei servizi segreti era Emanuele Cipriani, ex bancario divenuto investigatore privato, collaboratore del Sismi per missioni speciali. Un duro, sulla carta. «Un ciccione affamato di quattrini», lo descrive chi lo conosce bene. Ai piani alti di Telecom Cipriani arriva già negli anni Novanta. Ma entra in orbita quando a dirigere la security aziendale sbarca il suo vecchio amico Giuliano Tavaroli. La struttura di Cipriani inizia a vendere a Telecom servizi di ogni tipo: bonifiche, pedinamenti, schedature. E vende anche documenti delicati, roba - dice Cipriani - che arriva dai nostri servizi segreti. «Evidenza riservata», c’è scritto su alcuni. Per una trentina di veline, Cipriani incassa da Telecom trecentomila sterline.
Quando lo arrestano, il duro Cipriani racconta che a passargli la maggior parte delle veline è stato Mancini. Per la Procura è la quadratura del cerchio. Cipriani esce, Mancini finisce in carcere.
Parte un filone autonomo dell’indagine. Le veline di Cipriani toccano i temi più disparati: dall’Iran alla Turchia, dalla presenza di terroristi a Varese ad agenti del Kgb divenuti riciclatori della mafia. Un appunto rivela che un insediamento vicino a Roma sarebbe gestito nientemeno che da Bernardo Provenzano, il capo dei capi allora latitante. Per interrogare Mancini si fiondano da Palermo a Milano i pm antimafia Pignatone e Prestipino. E si vedono consegnare dai difensori di Mancini una stampata di Internet: è un comunicato dei Verdi di Pomezia che già nel 2003 racconta come uomini di Provenzano si muovessero sul litorale laziale. Altro che «evidenza riservata» del Sismi.
Da quel momento in avanti, Mancini prova a smontare una per una le veline di Cipriani. Saltano fuori terroristi mai esistiti, rivoluzioni mai avvenute, contatti inverosimili. Nella realtà, non una sola delle preziose «dritte» di Cipriani proveniva davvero dagli archivi dei servizi. Eppure sono state pagate tutte, una per una, da Telecom. Così come venivano pagate le risk analysis del giornalista Guglielmo Sasinini, o le schede su Paesi, personaggi, aziende con cui il gruppo di Tronchetti Provera si trovava a fare i conti. Una montagna di materiale pagato decine e decine di milioni di euro, e - secondo quanto dichiarato da lui stesso - mai arrivato sul tavolo del presidente: «Il rischio di andare in Russia lo valuto io, non lo valuta Tavaroli» ha dichiarato Tronchetti ai pubblici ministeri.
E allora, perché? Perché questa montagna di carte vere e false, di tabulati, di pedinamenti, di mezze dritte? C’è una parola che solo una volta, in una domanda dei pm a Tronchetti fa capolino: ricatto. Tronchetti inorridisce, «non ho mai ricattato nessuno». E nulla, nelle carte, fa sospettare che nemmeno Tavaroli e la sua security abbiano mai ricattato nessuno. E allora, perché tutta questa fatica? In settembre Mondadori pubblicherà il primo libro di Tavaroli: «Spie». Magari ci sarà anche questa risposta.