«Infrastrutture, così si batte il partito del no»

«Con le nuove norme sull’impatto ambientale congelati 4 miliardi di investimenti»

da Roma

Dottor Mario Ciaccia, lei è l’amministratore delegato di Banca Intesa Infrastrutture Sviluppo e Banca Opi, perché l’Italia è in ritardo sul capitolo infrastrutture?
«Serve un sistema Paese che sia in grado di esprimersi in maniera chiara e non oppugnabile. Abbiamo una legge finanziaria che destina risorse, ma non c’è un centro decisionale in grado di definire tempi certi di realizzazione».
Quanto costano all’Italia questi ritardi?
«L’Osservatorio sui costi del non fare diretto dal professor Gilardoni ha quantificato in 200 miliardi di euro il costo stimato delle infrastrutture necessarie fino al 2020 2020 e non realizzate. Per il triennio 2005-2007 l’impatto negativo è di 14,2 miliardi».
Quali potrebbero essere le conseguenze?
«Se si continua così, rimarremo fuori da tutte le opportunità di sviluppo. Anche i Paesi del Nord Africa si sono messi in marcia, mentre noi discutiamo di Tem (la Tangenziale esterna di Milano; ndr) e Pedemontana. Eppure abbiamo l’esempio della Germania che ha intrapreso la strada del partenariato pubblico-privato».
Che cosa non va nel nostro Paese nonostante la legge obiettivo?
«Il coraggio che manca alla politica è affermare che il titolo V della Costituzione è sbagliato perché delega agli enti locali una materia importante come quella della realizzazione delle infrastrutture moltiplicando i poteri di veto».
Qual è il risultato?
«Le gare sono bloccate, le linee di credito sono ingessate e il Paese soffre. Se una grande impresa di costruzioni del nostro Paese si presenta, ad esempio, per il Ponte sullo Stretto, che ora è bloccato, trova più difficoltà a partecipare a project financing di media entità. Noi litighiamo sul porto di Genova e le merci cinesi vanno a Rotterdam».
Come va a livello locale?
«Nel biennio 2005-2006 gli investimenti fissi lordi delle amministrazioni centrali sono scesi da 5,6 a 4,6 miliardi, mentre quelli delle amministrazioni locali sono aumentati da 24 a 24,1 miliardi. Ma il rispetto del Patto di stabilità interno impedisce ai Comuni la stipulazione di mutui per investimenti penalizzando soprattutto il Mezzogiorno».
Il ministro delle Infrastrutture Di Pietro ha recentemente stipulato 4 convenzioni autostradali al Nord e sono previsti investimenti per 2,5 miliardi.
«Vi sono segnali di speranza ma il problema resta come sbaragliare il partito del “no“. La nuova disciplina della valutazione di impatto ambientale ha bloccato investimenti per 4 miliardi di euro. Sui rigassificatori siamo fermi. Almeno Di Pietro ha preso coscienza del problema».
Che cosa possono fare le banche, Intesa Sanpaolo in primo luogo?
«Il sistema bancario può continuare a sostenere le aziende innestando un ciclo virtuoso. Dalla sua nascita Intesa Sanpaolo ha costituito la business unit Public Finance che riunisce Banca Opi e Banca Intesa Infrastrutture Sviluppo (oggi è in calendario l’assemblea per la fusione; ndr). Dal primo gennaio, avendo già l’autorizzazione di Bankitalia, opereremo insieme con un nuovo marchio Banca Infrastrutture Innovazione Sviluppo (Biis). Oltre 40 miliardi di impieghi sono destinati, tra l’altro, al finanziamento di investimenti infrastrutturali».
Il problema derivati può creare ulteriori rallentamenti su questo fronte?
«I derivati di Intesa Sanpaolo avevano un debito sottostante e hanno favorito la copertura dei rischi favorendo la ristrutturazione delle esposizioni degli enti locali. Per gli altri non posso parlare. Comunque in Italia abbiamo istituzioni finanziarie capaci di sostenere virtuosamente il sistema».