Infrastrutture, l’importante è cambiare idea

(...) La vicenda dell’aeroporto assume aspetti grotteschi, con l’assessore regionale ai Trasporti, Enrico Vesco, a ribadire di essere «contrarissimo alla cessione di quote dell’Autorità Portuale (che detiene il 60 per cento del Colombo, ndr) ai privati». Frasi dette davanti ai lavoratori che chiedevano di fermare l’operazione. E la sua uscita non può neppure essere ridotta a un pensiero in libertà del compagno assessore, visto che il presidente Claudio Burlando sulla vicenda non dice nulla in contrario. Anzi, non dice proprio nulla. E accetta il fatto che una colonna della sua maggioranza, rappresentata dalla ex hostess Maruska Piredda, donna forte di Di Pietro in Liguria tanto da essere nominata consigliera grazie al listino esattamente come Nicole Minetti in Lombardia, faccia approvare dal consiglio regionale un documento per chiedere altri incontri e tavole rotonde. Insomma, per rallentare il più possibile le cose. Proprio la stessa strategia adottata ieri anche dalla Provincia, con un ordine del giorno che fa contenti i lavoratori.
Eppure Burlando è colui che ha imposto all’Autorità Portuale la cessione delle quote dell’aeroporto, firmando con il suo nome da ministro dei Trasporti il decreto del 26 maggio 1997 con il quale si disponeva il passaggio di titolarità delle aree dal demanio marittimo a quello aeroportuale. Non che fosse per forza una scelta lungimirante. A solo titolo di esempio, il JFK, il più importante aeroporto del mondo, è di proprietà del demanio marittimo e pare funzionare appena appena meglio del Cristoforo Colombo. Ma la scelta resta comunque ascritta a Burlando ministro, oggi sbugiardato dai fedelissimi del Burlando governatore.
Un governatore sempre silente anche di fronte alle ammissioni della sua assessora Renata Briano, che ha scatenato le polemiche svelando l’intenzione della Regione di boicottare lo sviluppo dei porticcioli turistici. E silente sulle faide interne a proposito delle modifiche al piano casa. Tutte scelte decisive per il futuro della Liguria, che restano bloccate dalla baruffe sinistre, alle quali spesso il centrodestra non sa opporre un’unità d’intenti che potrebbe risultare vincente. Ieri ad esempio dal Pdl è arrivata una chiara presa di posizione dei consiglieri Raffaella Della Bianca e Alessio Saso che giudicano «niente affatto scandalosa l’apertura ai privati. Scandalosa è piuttosto la posizione contraddittoria della Regione».
La Liguria è anche quella regione che oggi discute dello sviluppo del porto con un’idea straordinaria: dotare lo scalo di un superbacino per le riparazioni di qualsiasi nave. Il presidente dell’Autorità Portuale Luigi Merlo si sta impegnando per realizzare questa enorme vasca aggrappata a molo Duca degli Abruzzi, la cosiddetta «banchina Chernobyl». C’è da discutere, decidere, approvare, finanziare. Insomma, siamo agli inizi del solito tormentone che ha come fine ultimo quello di tornare, dopo aver speso centinaia di milioni di euro, indietro di 14 anni. Anzi, di 15. A quando cioè Genova un superbacino lo aveva ancora, prima che l’Autorità portuale lo svendesse, senza neppure chiedere il permesso al comitato portuale, per un milione di dollari a un imprenditore turco, tal Kharaman Sadikoglu che ancora oggi, dopo essersi voltato verso La Mecca per ringraziare allah sembra si giri sempre verso Genova per ringraziare gli amministratori dell’epoca.
«Se ne pentiranno», disse Giuseppe Dagnino, presidente dell’ex Cap di Genova, che con gli occhi rigati dalla malinconia vedeva salpare la sua creatura tirata da enormi rimorchiatori. Profezia fin troppo facile, che nel marzo 2007, sotto la presidenza Giovanni Novi, l’Autorità Portuale erede del Cap, provò a compiere, restituendo a Genova quel superbacino tanto necessario. Farlo uguale uguale significava ottenere una condanna dalla Corte dei Conti senza neppure bisogno del processo. Così si studiò l’alternativa: un bacino fisso, in muratura. Costo 115 milioni di euro. Il governo inserì l’opera nel piano triennale, stanziando 58 milioni. Novi trovò gli altri 57 grazie ad accordi con banche italiane e straniere, con la Carige capofila. Nel 2008, quando Novi venne arrestato nei giorni in cui gli scadeva il mandato (e si parlava di rinnovo) e gli moriva la moglie, il progetto era pronto. Rimase pronto. Così il ministro Giulio Tremonti, lo scorso anno, recuperando tutte le risorse inutilizzate, usò quei 58 milioni del superbacino. Oggi cioè, si dovrebbe ripartire daccapo. Ovviamente con la possibilità di dare la colpa al governo che ha tolto i soldi. Ma guai a dire perché li toglie.