Infuria la polemica: «Lasciato morire come Rabin»

La polemica infuria e le accuse fanno tremare i polsi di medici e consiglieri del grande malato. «A Yitzhak Rabin nessuno diede un giubbotto antiproiettile per proteggerlo dai proiettili, dieci anni dopo a Sharon non è stato dato il trattamento medico che avrebbe potuto salvarlo» ha dichiarato ieri il direttore di un ospedale israeliano. L’accusa è chiara. I primi a sbagliare sarebbero stati i sanitari dell’Hadassah Hospital di Gerusalemme. Quei medici dopo avergli somministrato abbondanti dosi di Claxon, un medicinale anti coagulante, avrebbero ceduto alle pressioni di chi, per dimostrare la perfetta forma del premier, premeva per farlo tornare alla vita pubblica. Ma l’errore più grave sarebbe stato concedere al paziente di tornarsene nel suo ranch distante un’ora di macchina dall’ospedale. «Sharon il giorno dopo doveva subire un intervento... è impensabile che non gli sia stato chiesto di dormire in ospedale o almeno nella sua residenza di Gerusalemme», ha detto lo stesso anonimo direttore d’ospedale al quotidiano Haaretz. Altri dubbi e interrogativi riguardano i tempi del trasporto in ospedale. Quando mercoledì sera Sharon racconta di non sentirsi bene, il figlio Gilad decide di non aspettare un elicottero e fa salire il padre su un ambulanza. Poi il medico di fiducia Shlomo Segev decide di non puntare sul vicino ospedale di Beer Sheeva distante solo mezz’ora, ma su quello di Gerusalemme. La decisione richiede trenta minuti di tragitto supplementare. Durante quella mezz’ora secondo alcuni esperti l’ictus scatena tutta la sua potenza devastante. Qualcun altro accusa il figlio per non aver voluto aspettare l’elicottero. Chi difende le decisioni di Gilad Sharon e del medico di fiducia sottolinea che all’ospedale di Beer Sheva Sharon non avrebbe potuto usufruire delle sofisticate attrezzature dell’Hadassah Hospital e dell’esperienza sanitaria di chi l’aveva in cura. Un altro medico anonimo interpellato da Haaretz stilla un atto d’accusa ancor più definitivo. «La catena di eventi è stata determinata da considerazioni non professionali. La somministrazione di anticoagulanti a casa anziché sotto totale controllo medico poteva ancora rientrare nei rischi calcolati, ma il paziente doveva essere tenuto sotto costante controllo e soprattutto non bisognava permettergli di riprendere le normali attività».