Ingegnere e architetto: ecco Gorio

Alla ricostruzione della società italiana del dopoguerra si erano rivolti gli sforzi di architetti come Ludovico Quaroni, Luigi Piccinato, Carlo Aymonino, Giancarlo De Carlo e Federico Gorio. Tutti animati dalla volontà di creare un modo di abitare moderno intimamente legato all’intreccio fra tradizione di un luogo e di una cultura. Ma in generale, le rare opere di qualità di quegli anni testimoniano il dramma delle illusioni perdute, la tragedia di uno «stato d’animo» battagliero ridotto al silenzio da uno sconcertante confronto con un paesaggio deturpato. Ed è con tutto questo che deve saldare i conti la storia dell’architettura italiana della seconda metà del Novecento.
L’esposizione «Federico Gorio. Architetto» - a cura di Marcello Rebecchini, Paolo Cavallai e Cristiano Tomiselli - presentata all’Accademia Nazionale di San Luca fino al 18 febbraio, intende documentare il percorso di un grande protagonista dell’architettura italiana di quel periodo. La scelta dei materiali esposti evidenzia il rapporto tra progettazione e realizzazione: tra architettura e ingegneria. Federico Gorio si è sempre confrontato con tematiche sociali e culturali, tuttavia, le sue opere sono rimaste a lungo associate al neorealismo che caratterizzò per più di un decennio anche la linea architettonica del nostro Paese.
I contributi di Gorio agli interventi nei borghi di La Martella e di Torre Spagnola vicino a Matera, al quartiere Ina-Casa sorto sulla via Tiburtina e agli edifici di edilizia economica e popolare realizzati nel Lazio, risentono di questa tendenza. Ma in realtà Gorio sviluppò, all’interno di questo clima imperante, una forte identità, focalizzata dalla ricerca di una nuova «razionalità del costruire», pervasa dall’aspirazione a creare le condizioni spaziali e abitative per un ritorno alla semplice vita del borgo.
Il suo percorso innovativo lo portò così, fino al risultato più conosciuto: il quartiere di via Cavedone, costruito alla fine degli anni Cinquanta a Bologna.