Le ingerenze politiche sui media? Sono quelle del Pd su Garimberti

La sinistra accusa Berlusconi di interferire nelle vicende Rai. Poi non
fa che tirare per la giacca il presidente. La sua colpa? Aver votato i
direttori

Lui è sempre identico a se stesso, crede nei valori di una vita. Sono i compagni di sempre ad aver cambiato prospettiva. E chi prima era un onesto funzionario stimato, diventa capro espiatorio e nemico del popolo. Chissà se Paolo Garimberti si sente il nuovo don Ignacio Fuentes, assurdo e grottesco personaggio letterario di Osvaldo Soriano. Sinistrorso e fedele, viene accusato di tradimento dai peronisti. Come il presidente Rai che - espressione del centrosinistra - in queste ore dallo stesso centrosinistra viene massacrato.
L’assalto del branco democratico sguinzagliato alle calcagna di Garimberti, reo di aver votato sì alle nomine «irricevibili» proposte dal dg Mauro Masi, si fonda essenzialmente su un atavico equivoco lessicale. Quando l’ex vice direttore di Repubblica venne eletto, dichiarò: «Sarò il presidente di tutti». Il problema sta nel fatto che il Pd aveva inteso «di tutti noi» (sottointeso, progressisti). Ora che invece Garimberti ha spiegato di sentirsi «uomo libero» e «bipartisan» e che «non farò sconti a nessuno», scoppia la bagarre. Vincenzo Vita, membro della vigilanza e deputato democratico, gli intima «di battere un colpo»: «Si ricordi di essere figura di garanzia, dovrebbe tutelare i diritti di tutti». Tutti noi, sempre sottointeso. Il veltroniano Roberto Cuillo sostiene che «la ratifica delle nomine è un’umiliazione per la Rai»; Di Pietro lo definisce «bravissima persona ma vaso di coccio»; il consigliere pd Nino Rizzo Nervo condanna il suo «sorprendente errore». I giornalisti del Gruppo Fiesole si aspettano un’azione «che mitighi la lottizzazione partitica»; l’associazione «Articolo 21» fa eco. Hanno pure pestato i piedi per far accogliere Marco Pannella in ogni trasmissione della tv di Stato. Insomma, l’intera opposizione - che dalla sospensione di Vauro al caso Mentana si straccia le vesti mugghiando contro le interferenze berlusconiane nella libertà di informazione - non fa altro che tirare per la giacca quel presidente che pensa «solo all’azienda». Come, disgraziato? E a noi non pensi?
No, Garimberti dice di essere un dirigente. C’era una rete sguarnita e lui - servo di regime - ha avuto l’ardire di votare i due direttori. Non ha fatto battaglie ideologiche. Ha frenato sulle nomine delle altre reti, ha dato fiducia condizionata. Ha fatto il suo mestiere. Che non è quello del politico.
Ora, per un momento, provate a immaginare uno scenario opposto, con il presidente Rai indicato dal centrodestra. D’accordo, già questa premessa sarebbe ragione sufficiente per far rievocare a Travaglio i fantasmi del Minculpop. Comunque, immaginate che questo fantomatico presidente liberale e moderato dia il consenso ai direttori proposti dal Pd. E che Gasparri, Bonaiuti e Bocchino comincino a sparargli addosso: «Doveva astenersi! Ha sancito la sottomissione del cda alle ingerenze esterne! È viale Mazzini, mica il Loft del Pd!». Ecco. Cosa sarebbe successo? La Borromeo si sarebbe scandalizzata dalla plage di Montecarlo. Santoro avrebbe ordito una puntata di Annozero dal titolo «Resiste-rai», con un paio di riflessi filmati dell’Istituto Luce e uno sketch di Sabina Guzzanti travestita da partigiano Johnny. La Borromeo sarebbe inorridita sulle pagine di «Vanity Fair». «L’Unità» avrebbe intervistato il Fantomatico Presidente Ribelle attribuendogli stimmate e poteri taumaturgici. L’Usigrai avrebbe scioperato che nemmeno a Termini Imerese. Ah, la Borromeo avrebbe lanciato un urlo di disgusto contro il complotto pluto-massonico-berlusconiano sgusciando un’ostrica.
Il discorso è che la lottizzazione, le pressioni e le indicazioni politiche ledono la libertà di stampa solo se provengono dal centrodestra. Quando provengono dal Pd assumono la dicitura di «battaglie per la democrazia». Come quella di Gianni Pittella, capogruppo Pd a Strasburgo. Ha scritto a Zavoli e Garimberti per chiedere che la prossima serie della fiction «Gente di mare» in onda su Raiuno rimanga ambientata a Tropea, perla della sua Calabria.
Provate a far passare per «battaglia di democrazia» anche questa richiesta, se ci riuscite.