Un’Inghilterra a tre facce ma il Chelsea ha più fame

Londra - Ci sono molte maniere di intendere il football sull’isola britannica. Sembra tramontata la moda francese, Wenger è in crisi, politica e tecnica, con l’Arsenal, il professor Houllier ha lasciato Liverpool per tornare in Francia al superLione, LeGuen ha fatto disastri in Scozia. Ma il football britannico si è comunque trasformato grazie all’arrivo di allenatori e calciatori stranieri. Ne sono conferma il Chelsea e il Liverpool, in contraddizione di stile tra loro ma espressione massima di questa tendenza, e il Manchester che ha fuso la tradizione inglese con la modernità universale, come ha giustamente annotato José Pekerman, tecnico della nazionale argentina al mondiale tedesco.

Il Chelsea ha una spina dorsale saldissima, il portiere Cech, la coppia di difesa Terry-Carvalho, poi Lampard a centrocampo e Drogba in attacco. La filosofia di Mourinho ha trasmesso al club e alla squadra la personalità, mista all’astuzia, e un altissimo senso di professionalità che non risparmia nessuno. Shevchenko ne è il testimone principale, i compagni lo cercano raramente, Mourinho lo stuzzica continuamente e lo zar di Milano è diventato un ordinary people di Londra. Il gioco dei Blues è quello che garantisce maggiore potenza e non offre segni di debolezza in nessun reparto, fatta eccezione, forse, per la seconda punta da affiancare al potentissimo Drogba: di Sheva ho detto ma né Kalou, né Whrigt Philips sembrano completare al meglio il reparto ancora privo di Robben.

Il Manchester United unisce la vecchia scuola di Ferguson, con i sopravvissuti Giggs e Scholes, alla coppia di millionaire boys, Cristiano Ronaldo e Rooney immigrati di lusso, il primo dallo Sporting Lisbona, il secondo dall’Everton. A differenza del Chelsea, tuttavia, il Manchester United non presenta la stessa compattezza di struttura a causa degli infortuni che hanno devastato la difesa, da Gary Neville a Vidic a Rio Ferdinand a Silvestre e ancora a Evra che salterà per squalifica la partita di San Siro. Se si aggiungono gli errori e la fragilità psicologica di Van der Sar, si capisce perché i dubbi sono superiori alle certezze. E Ferguson sa di avere tre uomini in border line con la disciplina: Giggs, Ronaldo e Scholes che, al primo cartellino giallo, andranno in squalifica. Scholes saltò la finale vittoriosa con il Bayern Monaco proprio per una ammonizione subìta a Torino contro la Juventus nel 1999, memoria che riscalda e stimola l’ambiente dei diavoli rossi che allora pareggiarono 1 a 1 contro i bianconeri all’Old Trafford per poi eliminarli 3 a 2 al Delle Alpi.

Il Liverpool è un Ufo che appare e scompare, dunque è l’oggetto più pericoloso e di difficile lettura tattica. Rafa Benitez ha idee opposte a quelle di Mourinho, risparmia anche per la prima colazione, preferisce il possesso palla all’azione in velocità, si affida al carattere e all’orgoglio storici dei suoi, utilizza Zenden che non ha un solo estimatore tra i tifosi del Liverpool, dispone di una «rosa» d’attacco veramente limitata nella qualità: Crouch, Kuyt, Bellamy, Fowler che cosa hanno in comune con Rooney, Kakà, Cristiano Ronaldo, Drogba, Shevchenko?

Ma le tre squadre inglesi appartengono tutte alla stessa cultura del football, una specie di fede apostolica, lo spirito guerriero sempre e comunque, qualunque sia il risultato, fino all’ultimo secondo di gioco. Lo ha dimostrato Rooney contro il Milan, lo avevano dimostrato i ragazzi di Benitez a Istanbul ancora contro il Milan, lo ha ribadito il Chelsea pieno di infortunati ma con la fame di chi non ha ancora vinto nulla, in campionato e in Champions. È il senso dello sport e della vita di una Nazione che corre nel futuro con la bandiera del passato.