Inghilterra, Westminster ridotto a un pub E gli onorevoli inglesi fanno fiasco (di vino)

Scandalo a Westminster: il tempio della democrazia ridotto a un pub. Una parlamentare denuncia: "In tanti vengono in aula così ubriachi da non reggersi in piedi. E poi votano...". Da Churchill a Tony Blair, che ha ammesso: "Bevevo per consolarmi"

Attanagliati dai rimorsi per le misure anti-crisi da votare in tempi di austerity? Concentrati sulle leggi che segneranno la storia della prima legislatura a maggioranza Tory dopo 12 anni di New Labour? Impegnati a studiare nuove misure anti-terrorismo? Preoccupati per il rischio che la Gran Bretagna abbandoni la Convenzione europea dei diritti dell'uomo? Macché. Semplicemente ubriachi fradici. Sbronzi come può essere sbronzo un inglese nella migliore tradizione British.

Bevuti in maniera rigorosamente bipartisan. La denuncia arriva da una parlamentare Tory ed è diretta ai cari colleghi deputati di ogni gusto alcolico e colore politico. Dalle pinte di birra, allo Scotch whisky, dallo champagne al sidro, l’aplomb tipico dei gentlemen di Westminster pare non abiti più nel tempio della democrazia. Sarah Wollaston, da anni impegnata in campagne contro l’abuso di alcolici, definisce i deputati inglesi semplicemente «too drunk to stand», così ubriachi da non reggersi nemmeno in piedi. Casi isolati? No, insiste la rappresentante conservatrice nel giorno di chiusura del Congresso Tory. C’è un numero «scioccante» di colleghi che «non ha idea di cosa stia votando quando varca le porte della Camera dei Comuni», talmente stordito dall’alcol da limitarsi semplicemente a eseguire come un automa gli ordini di scuderia del partito.

«Ricordatevi sempre che ho preso più io dall’alcol di quanto l’alcol abbia preso da me», ironizzava Winston Churchill, il padre della patria abituato a consumare ogni giorno almeno tre whisky, mezza bottiglia di champagne e più di qualche brandy. Di certo non un caso isolato nella Gran Bretagna capitale mondiale del «binge drinking» (le notti di maratone alcoliche), il Paese che secondo la rivista medica Lancet potrebbe contare di qui al 2020 almeno 250 mila morti per l’abuso di alcol, oltre diecimila l’anno.
Churchill padre della patria e capostipite dei politici avvezzi al bicchierino. Pure l’ex premier laburista Tony Blair ha ammesso nelle sue ultime memorie, l’autobiografia «Un viaggio», di contare sull’alcol per sopportare lo stress da lavoro. «Whisky liscio o gin tonic prima di cena, un paio di bicchieri di vino o addirittura mezza bottiglia durante il pasto», scrive Blair. «Mi resi conto che bere era diventato una consolazione». Poi l’ammissione che segue il sospetto di qualsiasi lettore: «Se si considera il fattore su cui tutti mentono (i bicchieri a settimana), il mio consumo di alcolici era indubbiamente elevato». L’autorevole esempio era servito qualche anno prima - era il 2000 - a spedire il primogenito Euan, sedicenne, dritto in cella, anche se per poche ore, dopo essere stato trovato dalla polizia steso su un marciapiede di Leicester Square, il cuore della Londra degli eccessi notturni.

Destra e sinistra, labour e conservatori, la passione british per l’alcol non ha limiti. Nel 2009 l’attuale premier David Cameron era solo un aspirante capo di governo quando fu fotografato, in compagnia di molti altri parlamentari, con un bel bicchiere di champagne in mano in una delle serate al termine del congresso dei Conservatori. Peccato che il partito avesse appena introdotto il «bando alle bollicine», da sempre in voga alle conferenze degli élitari Tory, per non offendere gli elettori in tempi di crisi economica. In soccorso di Cameron era arrivato il direttore del settimanale conservatore The Spectator: «Come potevo fermarlo se dirigo un giornale il cui motto è “champagne per il cervello”»?, lo aveva difeso Fraser Nelson. Tradizione, direbbe il sindaco di Londra Boris Johnson. Lui che, inflessibile, ha introdotto il bando degli alcolici sui mezzi pubblici, ha festeggiato la sua elezione con un party rigorosamente a base di caviale e...champagne, of course.