Un’ingiustizia in nome della legalità

Troppa commozione, troppa retorica strappacuore, secondo alcuni, intorno alla storia di Maria, la bimba nascosta dai coniugi Giusto, ritrovata e riportata al suo paese con un blitz dei carabinieri. Meglio il ritorno all'ordine: i bambini bielorussi nei loro orfanatrofi e le famiglie affidatarie nel silenzio, senza infastidire le burocrazie al lavoro, o turbare la suscettibilità della diplomazia di Minsk. Con l'intervento della forza pubblica è stata ripristinata la legalità violata, e Massimo Cacciari invita gli italiani a pensare ad altro.
Ma la politica non può schiacciarsi sulla legalità senza margini di interpretazione e mediazione, altrimenti basterebbe affidare l'Italia ai prefetti. Se buona parte dell'opinione pubblica ignora le sottigliezze dell'affare Telecom, e invece scoppia di indignazione per il modo superficiale e disumano con cui è stato affrontato il caso della piccola bielorussa, non è (o non è soltanto) perché non legge i quotidiani, non sa valutare la portata dei debiti di Tronchetti Provera, o è stufa di storie di intercettazioni telefoniche.
Nella disponibilità all'accoglienza verso i bambini che provengono da paesi meno sviluppati si rivelano alcuni tratti culturali forti dell'identità italiana: la centralità del materno e la sopravvivenza di un'idea tradizionale e calda di famiglia, per cui i figli so' piezz'e core, e non possono essere strattonati senza pietà in nome della legge. Nel nostro paese, che è in coda alle graduatorie europee per la percentuale di nascite, una bambina che vuole disperatamente restare con chi la ama può diventare un caso nazionale, e i genitori affidatari sono disposti a sfidare la legge per proteggerla. Sarà, come sosteneva il sociologo Banfield, il nostro «familismo amorale», o sarà invece la resistenza di desideri profondi che nella contemporaneità non trovano più spazio per affiorare e realizzarsi? Nella vicenda di Maria, del resto, i paradossi sono molti. È paradossale che la dilagante cultura della libera scelta e dei diritti individuali non sappia difendere la possibilità di una bambina terrorizzata di far valere la sua scelta, la sua volontà impotente, il suo diritto a crescere nell'amore; oppure che in una società in cui il welfare è un mito intoccabile, si finisca per ritenere che l'assistenza statale basti a colmare ogni bisogno, e che la compagnia di uno psicologo possa tranquillamente sostituire quella di una persona cara, di un volto noto e rassicurante. Ma il paradosso meno comprensibile è costituito dall'atteggiamento rigido del governo. Sulle preoccupazioni per il destino di Maria ha prevalso una ragion di Stato irragionevole (perché far portare via la bimba dai carabinieri come una piccola criminale? Perché non permettere che fosse accompagnata da una persona di famiglia? Perché non aspettare che si pronunciasse la Corte d'appello?). Tutta la storia è stata condotta con una impressionante mancanza di delicatezza e di attenzione verso i poveri Giusto, presentati all'opinione pubblica come una coppia irresponsabile e testarda. Tanta inflessibilità, tanta sproporzionata durezza in un paese che da sempre privilegia l'arte di arrangiarsi, anche in campo internazionale, chi se la sarebbe aspettata? Tutti improvvisamente a difendere la legalità, e nessuno a difendere Maria.