(In)giustizia a senso unico a Milano

Irruzioni nelle redazioni, superconsulenze informatiche, perquisizioni negli uffici del Comune di Milano, accuse da anni di galera contro funzionari di Palazzo Marino. Sarebbe azzardato dire che la furia investigativa messa in campo dalla Procura di Milano in questi giorni per dare la caccia alle «talpe» che hanno permesso al Giornale e a Mediaset di realizzare uno scoop (peraltro non di portata planetaria) è motivata dalla voglia di dare una lezione a chi si è permesso di intrattenere rapporti con gli organi di stampa del «Nemico». Però è certo che da anni non si vedevano i magistrati milanesi investire una simile quantità di tempo, di uomini, di risorse e determinazione per dare un volto ai responsabili di una fuga di notizie. Da che mondo è mondo dai corridoi del Palazzo di giustizia milanese accade che notizie grandi e piccole sfuggano in qualche modo alle maglie della riservatezza e finiscano in pagina sui giornali. La filosofia di fondo della Procura è sempre stata: noi facciamo il nostro lavoro e i giornalisti fanno il loro, fin quando non ci pestano troppo i piedi o fanno scappare qualche latitante non c’è motivo di arrabbiarsi troppo. E se proprio dobbiamo aprire una indagine su una fuga di notizie (come nel caso dell’avviso di garanzia a Berlusconi, 1994) la chiudiamo con un nulla di fatto.
Stavolta, invece, la Procura di Milano fa sul serio. Mentre notizie d’ogni tipo continuano indisturbate – come è giusto che sia – a finire un giorno sì e un giorno no sui giornali, una sola, singola falla nel segreto istruttorio sta diventando un caso su cui lavorano a tempo pieno investigatori e tecnici informatici. Venerdì mattina si è scomodato personalmente un procuratore aggiunto, Alfredo Robledo, capo del dipartimento che indaga sui reati contro la pubblica amministrazione, che è andato negli uffici del Comune di Milano a dirigere una serie di perquisizioni nei cassetti e nei computer dei funzionari accusati di avere parlato troppo coi media berlusconiani: ultima e più vistosa manifestazione di una furia investigativa che era in corso già da una decina di giorni, e che aveva portato gli investigatori di Robledo a fare irruzione nelle redazioni del Tg5, di Medianews e del Giornale, rovistando e sequestrando.
Quasi surreale, di fronte a tanto attivismo, l’esiguità dello spunto iniziale. Il 29 ottobre, nelle pagine milanesi del Giornale, viene pubblicata la notizia di una indagine condotta proprio da Robledo: quella relativa a Mirko Direnzo, di professione vigile urbano nel capoluogo lombardo, che ha passato la scorsa estate a mandare avanti uno stabilimento balneare sulla costa calabra, approfittando di un certificato medico che lo dichiarava inabile al lavoro a causa di un infortunio. La prognosi per il vigile viene di volta in volta allungata: ma nel frattempo lui è lì, in spiaggia, apparentemente in forma smagliante, che piega sdraio, monta ombrelloni e insegne, riscuote pigioni. Insomma, sembra un caso clamoroso e spudorato di assenteismo cronico. Il vigile-bagnino viene filmato dai suoi colleghi e denunciato alla Procura per falso ideologico e truffa ai danni dello Stato. Il 30 ottobre, alcune immagini dell’inchiesta vengono messe in onda durante un servizio del Tg5.
Notizia senza dubbio interessante, ma che non ha alcuna capacità di danneggiare le indagini: oltretutto le immagini del «ghisa» in costume da bagno non sono affatto segrete, perché lo stesso vigile le ha incautamente pubblicate su Facebook. Eppure la Procura di Milano si scatena alla caccia delle presunte talpe. Una squadra di investigatori accompagnata dai tecnici informatici nominati da Robledo si materializza nelle redazioni del Tg5 e di Medianews, la struttura del gruppo Mediaset che produce contenuti per i telegiornali del Biscione. La perquisizione va avanti fino all’una e mezza di notte. Il pomeriggio successivo la stessa squadra bussa alla redazione milanese del Giornale. Qui si va avanti fino a mezzanotte, vengono sequestrati i dischi fissi del computer in uso al cronista che ha scritto l’articolo incriminato, mentre vengono torchiati i tecnici che si occupano dei computer aziendali. Un dirigente comunale finisce sotto inchiesta, poi un altro. Ma qualche giorno dopo arriva la notizia più inattesa: Repubblica scrive che la Procura si prepara ad archiviare (chissà perché) l’indagine per truffa a carico del vigile assenteista. Ad andare avanti a schiacciasassi resterebbe solo l’inchiesta sulla fuga di notizie. Indulgenza, insomma, per chi a spese dello Stato si spaccia per malato e va a farsi i fatti suoi. Ma nessuna pietà per chi (a torto o a ragione) è sospettato di parlare troppo con i giornalisti. O, almeno, con alcuni di loro.