È ingiusto punire anche gli innocenti

Che gli italiani - politici e uomini della strada - siano portati alle reazioni emotive e irrazionali lo sapevamo da un pezzo, e la tragedia di Catania ce ne fornisce solo l'ennesima conferma. Ciò nonostante, il fatto che su circa cinquantamila lettori del Corriere della Sera che hanno risposto a un sondaggio telematico quasi il 70 per cento invochino uno stop al calcio (si badi bene, al calcio, non solo ai campionati di serie A, B o C) per tutta la stagione, e un altro 16 per cento voglia fermare il tutto per un mese ci lascia abbastanza interdetti. Nella speranza - per non dire nell'illusione - di bloccare alcune migliaia di violenti, che più che dall'aggressività verso le squadre avversarie sembrano animati da un odio congenito per le forze dell'ordine, che potrebbe sfogarsi anche lontano dagli stadi, un campione abbastanza rappresentativo dell'opinione pubblica vuole punire milioni di persone che praticano il calcio, hanno passione per il calcio o semplicemente passano un po' di tempo guardandolo alla televisione. Fatte le debite proporzioni (e con tutto il rispetto per l'agente ucciso), sarebbe come se si chiudessero tutte le autostrade del Paese in attesa di rieducare i pirati perché un automobilista criminale ha provocato un incidente mortale, o si chiudessero tutti i cantieri edili fino a quando non sarà stato eliminato il lavoro nero perché un imprenditore disonesto è stato trovato colpevole della morte di uno o più dipendenti.
Quasi per espiare la colpevole indulgenza nei confronti degli ultrà che è stata la regola fin qui - vedere, in proposito, il magistrale articolo di ieri del nostro Sergio Rotondo - si pensa di sparare nel mucchio, di colpire indistintamente società e calciatori professionisti, onesti tifosi e calciatori della domenica, proibendo una attività che non solo appassiona milioni di persone ed è oggi in Italia uno dei principali ingredienti del tempo libero, ma smuove anche interessi tali da farle contribuire alla formazione del Pil.
Vedremo oggi se le autorità competenti decideranno di limitare lo stop a questa domenica, se lo prolungheranno per una seconda o una terza settimana o se daranno addirittura retta ai lettori calciofobi del Corriere on line. Speriamo, tuttavia, che prima di deliberare si fermino un momento a riflettere, e tengano conto dei seguenti elementi:
1) La violenza negli stadi è senza dubbio legata al tifo, che gliene fornisce il pretesto, ma è in parte endemica alla nostra società e, una volta fermato il calcio, troverebbe sicuramente altri modi per manifestarsi. Bloccare i campionati potrebbe perciò non servire a nulla, o addirittura provocare reazioni incontrollabili;
2) Uno stop prolungato, in attesa delle famose «drastiche misure» invocate da Prodi, farebbe saltare i calendari (nazionali e internazionali) e causerebbe danni gravissimi e seri contenziosi. Come sopravvivrebbero le società ai mancati incassi, che cosa farebbero i giocatori durante la lunga inattività, da chi si farebbero risarcire le televisioni che hanno acquistato i diritti delle partite, cosa succederebbe nel vastissimo indotto del calcio, sono solo alcuni degli interrogativi cui bisognerebbe trovare risposta. Lo stesso Stato subirebbe un grave danno dalla perdita dei diritti sulle scommesse.
3) Prima di fermare il calcio tout court, ci sono altri provvedimenti che si possono prendere e che, nella circostanza, sarebbero forse ancora più efficaci: emanare subito un decreto legge sulla falsariga delle norme inglesi, che funzionerebbe da deterrente anche se, allo stato attuale, non esistono né gli strumenti, né gli uomini per una loro integrale attuazione; applicare con estremo rigore le norme esistenti, in modo che chi viene arrestato non se la cavi con una notte in guardina come avviene oggi; esercitare la censura su certe trasmissioni delle radio e delle televisioni, soprattutto locali, che spesso incitano - magari anche inconsciamente - alla violenza; limitare, fino a quando non si sarà in grado di emettere solo biglietti nominativi, l'ingresso agli stadi ai soli abbonati, che sono conosciuti per nome e cognome; al limite, fare disputare le partite, o almeno alcune partite considerate a rischio, a porte chiuse, con la sola presenza della Tv.
4) Non c'è niente di peggio che affrontare una situazione endemica, di cui si conosceva l'esistenza da sempre, con misure improvvisate. Due, tre o più settimane di fermata non servono a nulla, se non - come cominciano a dire le persone più ragionevoli - a darla vinta ai facinorosi. Nessun Paese, neppure quelli afflitti dal tifo più violento, lo ha mai fatto, perché, a ben guardare, non colpisce i criminali, ma penalizza moltissimi innocenti; sarebbe cioè non punitivo, ma autolesionistico. E di autolesionismo, in questo Paese, se ne fa già abbastanza.