Inglese e «lumbard» Viaggio nella scuola dell’identità padana

L’istituto «Bosina» di Varese, dove ai programmi ministeriali si affianca lo studio delle tradizioni

nostro inviato a Varese

L’inglese e il tedesco, ma qui anche il dialetto lumbard è materia obbligatoria. Il cuoco cucina di tutto, ma quando prepara la polenta spiega che trattasi di piatto tipico perché una volta sostituiva il pane da queste parti, e di qui il detto: «Pulenta dura la fa i bun bucun», la polenta dura fa i buoni bocconi. In gita si va anche nelle capitali europee, ma più volte al mese si esce nei dintorni, nei boschi per scoprire la flora locale, nei comuni più antichi per vederne la storia attraverso le rovine e i monumenti. Si son costruiti persino una palafitta, giù alla Schiranna sulle rive del lago, per raccontare il Neolitico, la preistoria del popolo padano.
Varese, via Stadio. Scuola Bosina. C’è lo zampino di Umberto Bossi e la Lega Nord ci investe qualcosa come 150mila euro all’anno, ma il nome non c’entra con il Senatùr e guai a nominare il Carroccio qui dentro. Perché farà pure parte delle «associazioni padane», ma questa non è una scuola di indottrinamento per giovani leghisti. Questo è il luogo in cui ai bosini, l’antico nome dei varesini, si insegna «a guardare al mondo globalizzato con la consapevolezza delle proprie origini», come da manifesto ufficiale. Dalla materna alle medie con un preciso intento: affiancare ai programmi ministeriali l’insegnamento delle tradizioni e dell’identità locali.
«Benvenuti in Padania», avverte una scritta poco lontano da qui. E vista da qui, la Padania è già realtà. Non sono i 300mila armati con cui Umberto Bossi si diverte a sollevare polveroni, ma 250 famiglie che hanno scelto questa scuola privata parificata alla scuola pubblica perché, sintetizza Pietro Conconi, una retta di 150 euro al mese per mandare la figlia alla materna: «Qui la politica non c’entra, c’entra la didattica. E se le scuole funzionassero tutte così, allora viva la Lega». Eccola la scuola Bosina, un edificio tutto nuovo, due piani e nessun simbolo leghista all’interno, il sole delle Alpi c’è, ma soltanto fuori, sul cancello a delimitare un parcheggio. Francesca Aquilino è qui per iscrivere la nipotina, nemmeno tre anni e già la certezza di un futuro «bilingue»: «Deve conoscere il siciliano per capire qualcosa quando torniamo a Catania. Ma deve conoscere il lombardo per integrarsi qui». Lorena Ballandi è venuta a prendere la figlia che fa la terza media: «Andava alla scuola pubblica, ma lì i ragazzi li promuovevano a prescindere, qui invece studiano sul serio».
Qui si imparano la storia e la geografia del mondo, ma con un occhio attento alla storia e alla geografia della zona. Si studiano le lingue, ma c’è un’insegnante in pensione che una volta alla settimana viene a tramandare il dialetto. I laboratori di informatica e tecnologia multimediale sono affiancati da laboratori teatrali con le maschere lombarde. Si fa tanto sport: nuoto, judo, atletica, e poi c’è Andrea Meneghin che insegna a giocare a basket. Spiegano che alle tre «i» della riforma Moratti, inglese, impresa e informatica, hanno affiancato tre «c» tutte padane: cultura, concretezza e coerenza. E lo slogan: «Solo chi è padrone del proprio passato è padrone del proprio futuro».
Era il 1998 quando Bossi e la moglie, Manuela Marrone, fondarono la scuola con un gruppo di mamme in rivolta contro il malfunzionamento della scuola pubblica. Era un esperimento. Partirono a Calcinate del Pesce, sul lago di Varese. Pochi soldi, 30 alunni, 5 insegnanti. Dieci anni dopo la scuola Bosina conta 250 iscritti, 30 insegnanti, la parificazione alle scuole pubbliche e un nome ormai garanzia di serietà, le rette vanno dai 150 ai 300 euro, oltre a quelli leghisti arrivano finanziamenti da svariati privati. Manuela Marrone continua a occuparsene, spiega agli insegnanti che cosa ci si aspetta da loro, aggiorna i programmi. Anche i suoi figli, Sirio e Roberto, hanno studiato qui. Il presidente è quel Dario Galli ex senatore leghista appena eletto alla guida della Provincia di Varese, ma il suo è un ruolo di coordinamento, e a nessuno qui viene chiesta la tessera del partito, «non mi hanno mai chiesto per chi voto» dice Luana Schianni, che qui insegna tedesco e religione e qui ha iscritto anche i suoi figli. Fra gli alunni ci sono anche tre ragazzi brasiliani. Mangiano «polenta e latte» e insegnano agli altri a sentire la musica nel sangue.