Inglesi in sciopero contro gli italiani

Un’azienda siciliana vince una commessa e fa lavorare esclusivamente
nostri connazionali e portoghesi. La protesta monta prima in Scozia e
poi dilaga in tutta la Gran Bretagna

Dalla Scozia giù verso l’Inghilterra, sciopero selvaggio. I lavoratori britannici protestano. «Non chiediamo l’elemosina, vogliamo il nostro lavoro», sta scritto su uno dei cartelli dei manifestanti. Marciano contro gli italiani e i portoghesi, urlano contro la Total, sfidano le chiatte dove stazionano gli operai stranieri, chiedono l’intervento di Gordon Brown. Erano duecento, sono diventati cinquecento, poi mille, quindi il doppio e ancora crescono, a macchia d’olio, si potrebbe dire con humour made in United Kingdom, visto il motivo del contendere. Diciassette picchetti, anche il Galles si allinea, il Regno si fa unito in un altro senso.

La causa scatenante? L’appalto vinto dalla Irem s.p.a, azienda nostrana, fondata a Siracusa sul finire degli anni Settanta, settore costruzioni e montaggi meccanici. Il gruppo è in grado di offrire chiavi in mano il servizio completo, ha vinto regolarmente, battendo cinque aziende britanniche e una continentale, la gara di appalto che ha un valore di mercato di 220 milioni di euro e ha trasferito sul suolo britannico le proprie forze lavoro, composte per la maggior parte da italiani e da portoghesi. Apriti cielo, da un po’ di tempo gli abitanti dell’isola britannica incominciano a sentire puzza di bruciato, la sterlina vacilla, rallenta, viene affiancata dall’euro, il senso dell’impero è roba da nostalgici senza futuro, il calcio, di cui si consideravano maestri e depositari del verbo, è in mano agli sceicchi e ai nuovi ricchi dell’ex unione sovietica, tecnici, esperti, funzionari arrivano dal continente con i low cost e il light pound.

Strano Paese: incantato per un italiano che allena la nazionale e per un portoghese special one (Fabio Capello e Josè Mourinho) ma furibondo e nazionalista se italiani e portoghesi vengono a cercare lavoro normale, su una chiatta nei mari ghiacciati di Scozia, nell’aria acre di una raffineria, sotto il cielo basso del Lincolnshire o di Grangemouth. «Gli italiani fanno errori e non rispettano le norme di sicurezza», strilla un operaio di Grimbsy. «Mio figlio ha 19 anni, è disoccupato eppure hanno chiamato italiani e portoghesi per questo lavoro in raffineria, dicendo che c’è bisogno di manodopera. Io ho 49 anni, tre bocche da sfamare e un mutuo da pagare. Che cosa pensa di fare il signor Gordon Brown?», ha detto Paul Elvin, operaio alle impalcature a Scunthorpe. Gira voce che i “continentali” abbiano accettato un contratto meno oneroso, insomma che prendano meno sterline dei britannici. La Total smentisce, anzi garantisce il contrario.

I sindacati attendono, anche se uno dei rappresentanti dell’Unite ha cercato di ridimensionare la protesta: «Non ce l’abbiamo con i lavoratori stranieri ma con le aziende che ci discriminano», ha detto Robert Buirds, delegato scozzese del movimento sindacale mentre il Partito nazionalista britannico ha immediatamente cavalcato l’onda: «È un grande giorno per i nostri compatrioti». Così anche i lavoratori British Petroleum di Grangemouth, in Scozia, sono scesi in sciopero chiedendo a Gordon Brown di mantenere le promesse elettorali alla voce: «Lavoro ai britannici in Gran Bretagna». Dalla Sicilia il governatore Lombardo reagisce con tono eroico: «Se fossero vere le notizie di un odio xenofobo contro i siciliani non avremmo esitazioni a interrompere le trattative con Erg-Shell che dall’Inghilterra propone di realizzare un rigassificatore a Priolo, proprio in provincia di Siracusa». Siamo già alla vendetta: uno a uno e palla al centro.