Ma gli inglesi sono irremovibili: «Questa Europa non fa per noi»

Tra la gente comune difficile trovare qualcuno disposto a battersi per la causa comunitaria. Un gruppo europeista: «Sono sentimenti profondi e radicati»

nostro inviato a Londra

«L’Europa? Ah, vecchio mio... a me sta anche bene, basta la piantino coi loro assurdi regolamenti e con la pretesa di venir qui a dirci come dobbiamo vivere e come comportarci. Non siamo andati avanti da soli per secoli e secoli?». Margaret, paffuta 60enne, annuisce con aria adorante a quel che il marito spiega al vostro cronista divorando costatine d’agnello alla Scotch Steak House sullo Strand. Lui, Mike Rundgren, trasportatore di Necastle - da noi diremmo “padroncino” - vota laburista, va in ferie in Portogallo e Spagna, dice di apprezzare il vecchio continente. Ma alla fin fine è tra i tantissimi che fremono inorriditi all’idea di dover consegnare le chiavi di casa ad altri, non compatrioti.
Non è il solo. A Portobello Rd., in una domenica torrida, un negoziante londinese di stoffe a pochi mentri da una casa dove una targa ricorda ci abitò George Orwell, ritiene che il “grande fratello” del 2000 abbia sede proprio nella capitale belga. «Me lo spiega perché questa idiozia dei dazi ai cinesi? Ma voi europei volete per forza pagare di più?». E non lo smuovi ricordandogli che ci sono fabbriche a rischio nel Vecchio continente o che a Pechino il sindacato non sappiano nemmeno che sia. «Guardi - replica asciutto - noi inglesi compriamo e vendiamo da una vita. E le regole sono quelle del mercato, che vengono riviste ogni giorno dai fatti, non dai regolamenti...». Non li convinci più di tanto gli abitanti del Regno Unito di far parte di un processo politico superiore che mira a costruire un sistema buono per tutti gli europei.
Bisogna capirli. Gente che ha attraversato l’Atlantico, creato l’Australia, dominato l’India e Hong Kong, piantato le sue bandiere in Africa e in mille altri luoghi perché mai dovrebbe esser lieta di rinchiudersi nella sola Ue? Pub, vicino a Leicester Square, cuore di Londra: assieme alla birra (finalmente gelata all’europea), c’è una buona offerta di vini. Ben 20, ma di cui solo 2 italiani sconosciuti che tra l’altro risultano i più a buon mercato, 2 francesi altrettanto poco noti e 1 spagnolo. Gli altri? Neozelandesi, cileni, argentini, australiani.
Ti incammini verso Piccadilly e trovi un mare di pakistani, indiani, gente del Bangladesh. L’Europa? «A me interessa Dacca» risponde gelido un ragazzo. «Non è che pensate a barricarvi, escludendoci?» argomenta un altro asiatico. Persino Sharon, camerierina di Ottawa, non lesina riserve: «Trovo che il progetto europeo sia stupendo. Ma non è che penserete di chiuderci le porte in faccia, eh? Io sto qui da un anno, lavoro regolarizzata e mi trovo bene. In fondo sono inglese, perché mai non dovrei starci? Credo di esser di casa a Londra molto più di una polacca o di una lituana».
Ma anche chi è nato qui, figlio di britannici, è molto ritroso all’idea di consegnarsi anima e corpo a una Ue sia pur guidata da un connazionale come Blair. Lo scopri a Soutwark, quartiere di mezza periferia a sud del Tamigi, dove un officetto piccino è la sede di Britain in Europe, associazione fondata nel ’99 da Blair, ma anche da Gordon Brown, Michael Heseltine, Ken Clark per favorire il sì nel referendum che si prevedeva potesse esserci e che invece è sparito d’incanto col rigetto francese. Ben Jones è un giovane attivista laburista che aspetta ormai, con certezza e rassegnazione, la chiusura dell’attività. Racconta come la squadra fosse stata incaricata a suo tempo di capire attraverso i sondaggi perché mai nel Regno Unito prevalesse il rifiuto o un forte scetticismo. «Ci accorgemmo - racconta - che prevaleva la paura di profonde modifiche del nostro modo d’essere senza peraltro che quelle convinzioni fossero fondate. La prima preoccupazione della gente? L’armonizzazione fiscale. Poi seguivano il timore di una sola politica estera europea e, ancora, quello di vedere messa a rischio la monarchia». Questo, almeno, pensava il common people, il popolino. Ma anche tra i più istruiti non mancavano mugugni e proteste varie: troppi i finanziamenti all’agricoltura, burocratico il modello lavorativo europeo, eccessive e spesso immotivate le spese della commissione e costoso l’Europarlamento, il top dello storcer di naso tra gli intellettuali.
Del resto anche la stampa non aiuta granché a disancorarsi dal cliché dell’Europa mangiasoldi e sfornaregolamenti. Quotidiani serissimi e tabloid non fanno che mettere all’indice Bruxelles. Proprio su uno dei primi, giorni fa, è apparso un editoriale in cui si sosteneva come «c’è un solo Paese meno trasparente della Corea del Nord e di Cuba: la Ue». Mentre davanti alle metropolitane, il 19 luglio - dopo lo scontro Chirac-Blair in tema di budget - erano in bella vista le locandine dai principali tabloid che strillavano pari pari: «Europa: è guerra con la Francia!»
(1.Continua)

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