INGRAO Il comunista sempre pronto a stupirsi

Ma la sua parabola di «sognatore» non è priva di gravi errori nell’analisi delle lotte studentesche del ’68 e di quelle operaie dell’anno dopo

In Volevo la luna (Einaudi, 2006, pagine 371, euro 18,5) Pietro Ingrao racconta con sincerità la sua vita di antico dirigente del Pci. Convincenti le ricostruzioni degli affetti famigliari e amicali: ne emerge il profilo di una persona ricca di umanità che ha condotto un’esistenza piena, calda, invidiabile.
Il libro è percorso da una diffusa autoironia - delizioso il racconto dell’episodio in cui Ingrao mette (per così dire) le mani addosso alla sua futura moglie, coinvolta con lui in attività antifasciste clandestine, e ne riceve un sonoro ceffone - e aiuta a comprendere non solo il singolo protagonista ma una parte della storia d’Italia. Quelli che oggi parlano tanto di cultura moderata, liberale, conservatrice dovrebbero leggersi i passi dove si descrive come un figlio della borghesia meridionale, liberale, diventi comunista perché i «rossi» sono gli unici impegnati a dare un senso ai giovani che si stanno formando una personalità e non sopportano il conformismo fascista. Tante biografie di dirigenti «borghesi» del Pci raccontano la stessa storia. A cominciare da quella di Giorgio Amendola (Una scelta di vita), figlio del maggiore esponente liberale del Novecento, Giovanni. Scriveva Amendola dei suoi anni giovanili: «C'erano solo loro, i comunisti, che si davano da fare».
Curiosa è, poi, la scrittura del libro: curata, impreziosita di arcaismi. Uno stile che non è certo quello di tanti politici-romanzettieri che si esibiscono di questi tempi. Solo quando la lingua ricercata d’Ingrao si incontra con la politica, diventa fastidiosa: l'analisi politica richiede concretezza e sobrietà, che l’enfasi ingraiana non consente. Proprio da squarci di scrittura di questo tipo s’intravede un tratto della personalità dell'autore. Un approccio alla politica più estetico, più attento alla rotondità della frase e, in qualche modo, alla bellezza del gesto che alla razionalità della scelta.
E proprio questo carattere letterario della sua vocazione politica rende convincente la descrizione «tutto stupore» (sia pure senza ferocia) della sua «carriera» nel Pci. Mao Tse Tung voleva la guerra? Palmiro Togliatti aveva un legame di ferro con l’Unione sovietica? Nel Pci vigeva una disciplina con tratti militari? Di stupore in stupore, Ingrao ci accompagna nel suo viaggio nel Pci dal ’45 al ’53, anno della morte di Stalin, al ’56 (l'anno del XX congresso del Pcus e dell’invasione sovietica dell'Ungheria) e poi nel centrosinistra del '62, nell’XI congresso del ’66, nel ’68 e così via. La cifra del commento è sempre la stessa: «mi stupii», «non capii», «non volli rompere»; «piegammo la testa». Non è ipocrisia: è la storia di tanti intellettuali, divenuti poi militanti, affascinati da un mito (dalle continue reincarnazioni: la Rivoluzione d'Ottobre, la Costruzione del socialismo, poi la Spagna, Stalingrado, il Vietnam) e che a questo mito sacrificano ogni lettura rigorosamente critica della realtà.
Andrebbe posto qualche limite a questi «stupori»: per esempio l'autocritica ingraiana sul suo voto per l’espulsione dei suoi amici più cari dal Pci nel '69, non è accompagnata da un’analisi seria su quella che era la sua vera influenza nel partito. C'erano «gli espulsi». Ma c'era anche Aldo Tortorella che presto diverrà il numero due del Pci e, dopo essersi distinto da Ingrao, tornerà a raccordarsi con il vecchio maestro. C'era Achille Occhetto che negli anni Ottanta diventerà segretario. Bruno Trentin alla Fiom che poi diverrà segretario della Cgil. Senza questa dimensione di potere non si capisce perché Ingrao abbia avallato la decapitazione di una parte dei suoi. E va spiegato perché lui stesso manterrà così tanto peso politico, nonostante i suoi lamenti, da diventare in pieni anni Settanta presidente della Camera.
Dentro il citato «mito» del comunismo non c'erano naturalmente solo gli «stupori», ma anche il realismo di tipi come Palmiro Togliatti che, pur ideologicamente orientati, agivano a occhi aperti, avendo coscienza dei movimenti materiali e concreti della storia, mentre quelli come Ingrao pensavano come dietro e oltre i fatti ci fosse un mondo che solo loro vedevano. E quando sbattevano la faccia contro la realtà, si «stupivano».
Per chi ha combattuto il comunismo appaiono senza dubbio più pericolosi i realisti alla Togliatti che i sognatori all’Ingrao. Il capo del Pci nel Secondo dopoguerra ha svolto un'opera complessa con esiti sicuramente non solo negativi. Se, però, l'Italia non ha oggi una socialdemocrazia decente come nel resto d'Europa, se il nostro sistema politico vive crisi ricorrenti, ciò è dovuto anche alla genialità di Togliatti che ha consentito a una forza politica orientata da un'ideologia obsoleta e legata a una Mosca antagonista dell'Occidente, di sopravvivere come forza centrale della Repubblica per cinquant'anni dopo la fine della guerra.
Ora, però, finita la storia del comunismo come movimento storico universale, qualche attenzione andrebbe rivolta ai «sognatori», partendo anche da testi come Volevo la luna. Il fatto, per esempio, che la grande stampa di quella che Ingrao chiama «la borghesia mondiale» (quella che trama «contro le lotte della Fiat costituendo la Trilaterale») accolga con tanta simpatia un testo ricco di spirito che l'autore considera ancora rivoluzionario, non segnala solo la positiva laicizzazione e apertura del giornalismo italiano. In piccolissima parte indica la persistenza, minore e sfumata, di quello che venne chiamato il sovversivismo delle classi dominanti italiane: quell'orientamento che fa preferire, fino a invitare a votarlo, Fausto Bertinotti a Massimo D'Alema, perché il primo - si è sicuri - mai interverrà sui circuiti del potere materiale. Si trascura così l'impegno concreto e razionale, si preferisce la confusione ai fastidi che possono derivare ai propri equilibri di potere. Un piccolo, moderato esempio di sovversivismo dall'alto.
Ma le tesi che Ingrao enuncia anche in Volevo la luna sia pure inconcludenti nel preparare la via alla mitica rivoluzione, non sono ininfluenti nel determinare fenomeni sociali nocivi. Quando Ingrao esalta le lotte studentesche del 1968 come grande occasione di caduta delle discriminazioni di classe dice l'esatto contrario della verità: il continuo degrado prodotto dalla stagione sessantottesca ha irrigidito i meccanismi di selezione classista, oggi forse più forti di quello del predecedente elitario sistema scolastico-universitario. Quando esalta il «consiliarismo» uscito dalle lotte operaie del 1969, prende lucciole per lanterne, scambiando un difficile processo di adeguamento delle lotte sindacali alle condizioni dei lavoratori, per una nuova presunta soggettività politica della classe operaia: è un errore di analisi che diventa indirizzo sbagliato di grandi categorie sindacali come quella dei metalmeccanici della Fiom Cgil, con gravi guasti per lavoratori e industria italiana. Le teorizzazioni di Volevo la luna sulla messa «in movimento del Terzo mondo» (con strabiliante condanna delle liberalizzazioni economiche della Cina) alla fine pesano nel determinare il carattere ubriaco della politica estera del centrosinistra, quel cammino sbilenco per cui a ogni mossa indovinata si accompagna una sciocchezza fatta o almeno pronunciata.
Proprio perché contiene molte parti piacevoli, perché è percorso da un caldo senso di umanità, anche chi ha altri punti di vista politici deve prendere sul serio un libro come Volevo la luna e contrastarne alcune tesi che per essere confuse non sono per questo motivo meno dannose.