Ingroia, il magistrato star che ha messo le tende in tv

Da Santoro a "Domenica In", il pm antimafia ha invaso il piccolo
schermo. Per lui "l’Italia non è normale". Vero: all’estero le toghe non
fanno gli opinionisti

Avessimo il sistema giudiziario anglosassone, un procuratore che esterna a ruota libera su fatti che sono oggetto di un’indagine in corso e a lui affidata, sarebbe subito richiamato. E forse sospeso dall’incarico. Un intervento che qui da noi spetterebbe al Consiglio superiore della magistratura, ma è ovvio che non c’è da aspettarselo. Primo perché non siamo in America o in Inghilterra. Secondo perché il Csm è il Csm e altro non serve aggiungere.
Parla e parla e parla, Antonino Ingroia. Il suo cavallo di battaglia è che questo - questo nostro, questo italiano - non è più, o lo è a lumicino, uno Stato di diritto. Che questo non è in Paese normale. Impegnato com’è a indagare sulle presunte trattative tra mafia e Stato, egli assicura d’essere in prossimità della «soluzione finale» (locuzione che farebbe sobbalzare ogni buon «sincero democratico» se non fosse per l’augurio che infilato nel forno non ci finisca anche un certo Berlusconi) ed è dunque logico che guardi al pentito Gaspare Spatuzza con qualche interesse. Bislacco che poi senta però il bisogno di render note pubblicamente, dalla tribuna Rai Il fatto del giorno, le proprie considerazioni.
Non so, bisognerebbe chiedere a Marco Travaglio che se ne intende se quello del procuratore aggiunto Ingroia sia da ritenersi un comportamento non dico lecito, ché per un magistrato dell’antimafia tutto è lecito, anche discorrere amabilmente con un mafioso che gli sta rimettendo in sesto la casa paterna, ma quanto meno corretto.
Bisognerebbe poi chiedere a Nicola Mancino, riverito vicepresidente del Csm, un altro che se ne intende, non se sia lecito, ma quanto meno corretto che un magistrato svolga una così intensa attività extra moenia. Per dire dei tour de force: ieri il Professore - come lo chiamava affabilmente Pippo Ciuro - Antonino Ingroia era ieri in tivù; e oggi è già alla manifestazione «Più libri, più liberi», dove insieme a Michele Santoro e Luigi De Magistris presenterà all’inclito e al colto «sincero democratico» la sua ultima fatica (sempre sudata extra moenia), un saggio sull’uso giudiziario delle intercettazioni. Roba che, scritta da Ingroia, non si legge: si divora.
Non saremo un Paese normale, come si sostiene da più parti, ma c’è da chiedersi se sia del tutto normale che con tre milioni e passa di cause pendenti - e fermo restando che il processo breve no e poi no - taluni magistrati conducano una così intensa attività di conferenzieri, ospiti di trasmissioni televisive, autori e presentatori di libri propri e altrui, partecipanti a convegni, seminari, tavole rotonde e più spartani «tavoli», forum e congressi senza dire del ruolo di intervistati e di commentatori del degrado giudiziario (lo Stato di diritto che se ne va a quel paese) di questa Italia così mal governata.
Se sia cosa normale, cioè solita, consueta, abituale che il titolare di un'indagine e per di più delicata ne discorra liberamente nei saloon televisivi forse, anzi, di sicuro, non violando il segreto istruttorio, ma facendo strame della sua immagine. Salvo poi saltar su come un misirizzi per denunciare la spettacolarizzazione e la spettegolarizzazione della Giustizia. Fosse così, fossero queste le cose «normali» non c’è dunque che augurarsi una forte virata verso l’anormalità. Quella dove i magistrati dedicano il loro retribuito tempo a evadere le pratiche e quando si tratta di parlare di un caso giudiziario di loro competenza lo facciano in tribunale e non a Domenica in.