Ingroia, il pm che vuole «ribaltare» i governi

MilanoPiù che un pubblico ministero è una macchina da guerra. Il giorno in cui ha ottenuto da Ciancimino junior l’ormai mitico papello, Antonio Ingroia si è diviso in tre: al mattino era Parma, per un delicato interrogatorio, al pomeriggio a Palermo, per ricevere il sospirato documento sulla trattativa fra Cosa nostra e lo Stato, alla sera a Milano, per un dibattito sul suo libro, polemico e ironico fin dal titolo all’imperfetto, C’era una volta l’intercettazione. Nel week end, Ingroia ha riconquistato i riflettori con un micidiale uno due. Prima ha preso la parola davanti allo stato maggiore di Magistratura democratica, la sua corrente, l’indomani si è ripetuto rincarando la dose a Napoli, in un convegno promosso da Luigi De Magistris. Nel giro di 24 ore, il magistrato siciliano, oggi Procuratore aggiunto a Palermo, ha tuonato come un profeta biblico contro la maggioranza, il premier, le leggi che Berlusconi e la sua coalizione stanno scrivendo. «Noi abbiamo davanti una sistematica demolizione dei pilastri dello Stato», ha spiegato il Pm. E ancora: «Noi oggi siamo in mano ad interessi privati che si sono impossessati della politica». Infine, in un crescendo sempre più apocalittico: «Siamo in piena emergenza democratica perché l’attacco contro gli ultimi presidi rimasti in piedi, la magistratura e la libera informazione, fa pensare ad una sorta di soluzione finale». Ecco quindi l’appello, accorato e inquietante, «per ribaltare il corso degli eventi». Ne è nato, come era prevedibile, un putiferio e Ingroia è stato infilzato anche dal direttore del Tg1 Augusto Minzolini.
A questo punto il magistrato, accorto e assai più realista di molti politici italiani, ha moderato i toni e ieri ai microfoni di Radio 24 ha provato a smarcarsi dalle polemiche: «Non ho fatto alcuna critica nei confronti del governo, la parola governo credo non sia stata neanche pronunciata nel mio intervento. Non ho obiettivi politici».
In realtà, Ingroia non critica il governo. Critica quel che il governo fa, attacca la politica in concreto, cerca di sbarrare il passo al legislatore. Intendiamoci: dovrebbe essere proibito in Italia stupirsi per queste esternazioni, perché la storia di Magistratura democratica è un susseguirsi trentennale di comizi, proclami, invettive, ma Ingroia non è, come una legione di suoi colleghi più o meno illustri, l’ideologo in preda ad astratti furori. No, il suo parlare è sempre tecnico, da primo della classe, circostanziato. Solo che con l’asetticità dell’esperto fa a pezzi quel che è stato fatto negli ultimi dieci anni dal Parlamento, dal governo di centrodestra e qualche volta anche da quello di centrosinistra. Insomma, a ben vedere esprime un punto di vista politico che più politico non si può. Così, il suo affascinante saggio non solo va all’assalto della riforma delle intercettazioni, ancora in cantiere, ma condanna senza appello pure altre due norme cardine dello Stato di diritto, volute da un’ampia maggioranza dopo un lungo dibattito parlamentare: quella sull’articolo 513 del codice, che finalmente dà agli avvocati la possibilità di fare il pelo e il contropelo ai testi dell’accusa, e l’altra sui pentiti che ha messo fine ad una collezione di abusi e sconcezze da parte dei collaboratori di giustizia.
Per carità, a nessuno, tantomeno ad Ingroia, che parla con chiarezza ed efficacia, dev’essere tolto il diritto di esprimere idee e opinioni. Il punto, dolente, è che non è mai così semplice capire dove finisca il saggista e cominci il Pm. Ingroia fa il Pm, opera a Palermo, terra di misteri per definizione, ha in mano inchieste spinosissime: è stato lui a chiedere la condanna di Marcello Dell’Utri, lui a condurre la discussa indagine sui mandanti esterni delle stragi di mafia che ha lambito addirittura Berlusconi, sempre lui a scavare sulle trattative fra Cosa nostra e il Palazzo, che, gira e rigira, è la dimora di Berlusconi.
Così, per una metà buona del cielo della politica, è un nemico. Il nemico. Un intellettuale, un polemista, uno scrittore che però contemporaneamente chiede anni di carcere, dispone perquisizioni in batteria, manda avvisi su avvisi di garanzia eccellenti. Il tono delle sue conversazioni è suadente, il profilo dell’uomo è ascetico e battagliero, anche per via della barba islameggiante, il contenuto delle sue affermazioni è spesso dirompente. E, talvolta, moltiplicato dal gioco di specchi delle sue apparizioni. Come quella, simbolica, al forum di lancio del quotidiano giustizialista Il fatto, del duo Travaglio-Padellaro. Quel giorno di settembre negli uffici romani di via Orazio, Ingroia c’era, insieme al suo autorevole collega Roberto Scarpinato. Facile, a quel punto, inserirlo nel mucchio selvaggio dei dipietristi, girotondini, manettari. Anche se così, se non altro, si fa torto alla sua raffinata intelligenza.