«Un’iniezione per tornare a vivere Così ho battuto l’artrite reumatoide»

Le ultime cure contro la malattia riescono a sconfiggerla nel 60% dei casi. Nel mondo ne soffrono 9,7 milioni di persone

Luigi Cucchi

nostro inviato a Vienna

«Sono tornato a vivere, mi sento rinato. I dolori mi impedivano di prendere in mano un bicchiere, di vestirmi, di salire in macchina, vivevo in una carrozzella. Poi, dopo la prima iniezione, il male alle spalle iniziò a diminuire e ogni settimana le mie disabilità perdevano di intensità. I primi sintomi li avevo avvertiti pochi mesi prima, mentre passeggiavo in un bosco. Gli stivaletti che usavo per camminare mi facevano così male che chiesi a mio figlio di imprestarmi le sue scarpe. Ora mi sento miracolato e per far sapere che con la mia malattia si può convivere recuperando la qualità della vita ho attraversato l’Europa in bicicletta con mia moglie: da Stoccolma a Nizza e in ogni villaggio ho raccontato la mia storia. È giusto far conoscere la cura che mi ha salvato».
Bengt Falke, 45 anni, svedese, vive a Stoccolma. Racconta ancora una volta la sua storia, questa volta a Vienna, in una sala ottocentesca dell’Albertina art gallery, lo ascoltano decine di giornalisti. Viene presentato da due tra i più qualificati reumatologi europei: Paul Emery, direttore dell’unità per le malattie muscolo-scheletriche dell’ospedale universitario inglese di Leeds e Iain McInnes, professore di medicina sperimentale all’università di Glasgow.
A Vienna in questi giorni sono riuniti oltre 7mila reumatologi per l’annuale congresso europeo della Società di reumatologia. A questo incontro, pochi anni orsono, partecipavano poche centinaia di specialisti. I nuovi farmaci biologici e i risultati che con essi si possono ottenere sul piano terapeutico hanno richiamato molti reumatologi da tutta Europa. Fino alla fine degli anni Novanta contro l’artrite reumatoide si disponeva solo di farmaci antinfiammatori, altamente tossici e con scarsi risultati. Non vi erano armi efficaci contro questa malattia che nel mondo colpisce oltre 9,7 milioni di persone, oggi definita «patologia osteoarticolare e dei tessuti connettivi». La ricerca farmacologia avanzata statunitense e le accresciute conoscenze della biologia molecolare e dei meccanismi del sistema immunitario hanno consentito di mettere a punto alla fine degli anni Novanta un anticorpo monoclonale capace di bloccare le proteine dell’infiammazione. I farmaci biologici, come l’infliximab, hanno rivoluzionato la cura delle malattie immunodipendenti di cui l’artrite reumatoide fa parte. La loro efficacia dipende tuttavia dalla tempestività con la quale vengono impiegati rispetto all’apparire dei primi sintomi. Con diagnosi e terapie precoci è possibile ottenere nel 50-60% dei casi la remissione totale della malattia, cioè la riduzione al silenzio, con scomparsa dei dolori e una qualità di vita del tutto simile a quella di una persona sana. Nel restante 40% si può registrare un sensibile rallentamento della patologia, con scomparsa delle manifestazioni dolorose. Fondamentale è quindi la tempestività della diagnosi (deve essere effettuata entro 12 settimane dalla comparsa dei primi sintomi) e dall’inizio delle cure, che devono essere avviate entro 16 settimane e comunque non oltre sei mesi.
L’artrite reumatoide causa dolori, gonfiore, rigidità, perdita della funzionalità a livello articolare, soprattutto delle mani e dei piedi. Altri sintomi sono: inappetenza, febbre, affaticamento, anemia. Questa malattia non colpisce solo le persone anziane dalle articolazioni usurate, ma anche bambini molto piccoli, come ricorda il professore Alessandro Ciocci, reumatologo e presidente dell’Associazione nazionale malati reumatici. L’invecchiamento della popolazione farà aumentare l’incidenza di questa malattia come di tutte le patologie degenerative. In Italia l’artrite reumatoide colpisce oltre 250mila persone, gran parte sono progressivamente costrette ad abbandonare le proprie attività lavorative ed a trascorrere la maggior parte del proprio tempo su una poltrona.
«Le cure in fase precoce con farmaci biologici, più costosi di altri, consente - secondo il professor Marco Matucci Cerinic, ordinario di reumatologia all’università di Firenze e segretario generale del congresso europeo di reumatologia - al reumatologo di intervenire sull’evoluzione della malattia impedendone l’aggravarsi, la stabilizza e conserva integra la capacità lavorativa del paziente». L’intervento precoce è considerato a Vienna da tutti i reumatologi fondamentali per la cura di questa malattia. Troppo lunghe liste di attesa negli ospedali per una visita specialistica possono compromettere l’efficacia delle cure. Occorrono Centri diagnostici adeguati e diffusi sul territorio che oggi non ci sono. «Una rete di istituti specialistici, come le Early arthritis clinics è vitale. Solo un accesso privilegiato - precisa il professor Gianfranco Ferraccioli, ordinario di reumatologia dell’università Cattolica Policlinico Gemelli di Roma - può consentire al paziente di aggredire la malattia con tempestività».