Innamorarsi alla follia in quel caffè di Tokyo

«Io non capii come si chiamava lui, lui non capì come mi chiamavo io»: fatale che si sarebbero perdutamente innamorati. Che poi si sarebbero perduti non importa. Meglio sapere come si trovarono. Come Rinri trovò Amélie. A Tokyo, nel 1989. Senza aver mai visto la sua faccia, sapere il suo nome. Eppure puntò dritto su di lei entrando al caffè Omote-Sando, il bel giapponesino. Doveva essere quella ragazza bruna con la pelle di porcellana la sua nuova insegnante di francese. Era lei: Amélie Nothomb. Che in Né di Eva né di Adamo (Voland, pagg. 154, euro 13, trad. Monica Capuani) punta all’estremo (Oriente) per raccontare un’avventura passionale, un esilarante capitolo dell’educazione sentimentale che impartì e ricevette nel Giappone dov’è nata 41 anni fa.