Inni fieri e struggenti alla patria sofferente

Alessandro Massobrio

«Le donne non ci vogliono più bene - cantavano i giovani fascisti della Repubblica Sociale, impegnando la propria vita nel disperato tentativo di salvare l'onore della patria - perché portiamo la camicia nera». E poi aggiungevano con amara autoironia: «Dicono che siano da catene/ Dicono che siamo da galera». E catene e galera, se non addirittura la morte, le avrebbero presto trovate, non appena i loro avversari, che si proclamavano liberatori e pacificatori di un'Italia da troppo tempo asservita alla tirannide, fossero riusciti a mettere le mani su di loro. Oggi, il vasto patrimonio de I canti di Salò è stato raccolto e in qualche modo interpretato da Giacomo De Marzi, docente di Storia Moderna, che completa così la propria precedente fatica dedicata a I canti del fascismo. Si tratta di un lavoro ampio ed articolato e, tutto sommato, non eccessivamente fazioso. Intendo dire che l'autore, a parte l'inevitabile tirata iniziale contro il revisionismo storico (sorta di etichetta di denominazione controllata da apporre sulla produzione di ogni studioso di sinistra), nel prosieguo del suo lavoro non esita poi a rilasciare giudizi parzialmente, se non totalmente, condivisibili. Nei quali il veleno, se presente, giace comunque prudentemente sul fondo del calice. Difficilmente percettibile anche ad un accurato esame organolettico.
Tra questi giudizi, diciamo così, accettabili, vi è senza dubbio quello inerente la profonda differenza che corre tra i canti del ventennio e l'innografia del fascismo repubblicano. Quelli improntati ad una spavalda voglia di vincere, di trasformare la realtà, di imporre una ideologia ed una egemonia culturale (valgano per tutti gli esempi di canzoni in cui si manifesta - come scrive lo stesso De Marzi - «l'intensità emotiva di Giarabùb… l'entusiasmo del Balilla, l'originalità della “faccetta nera”»), questa, viceversa, attraversata dal senso della sconfitta, da un oscuro presagio di morte, dall'amaro sapore di chi segue comunque il proprio destino, ben consapevole tuttavia andare incontro ad una fine disperata. C'è da dire, ad ogni modo, che i canti di Salò nacquero, metaforicamente parlando, dagli zaini e dalle scarpe chiodate di richiamati e volontari, di studenti e ausiliarie, d'improvviso, chiamati sulla scena della storia nazionale dal precipitare degli avvenimenti. Ciò comunque che occorre respingere con fermezza - e questo sarebbe il sottile veleno con il quale Giacomo De Marzi tenta di mitridatizzarci - è il tentativo di far passare l'intera innografia della Rsi come una sorta di cupio dissolvi, un inconfessato desiderio di morte e di annullamento da Tristan und Isolde wagneriano o, più modestamente, da Notturno dannunziano. É senza dubbio vero che tra gli esponenti di spicco di quella stagione non mancarono i decadenti e gli ammalati di esoterismo tardo romantico, come il ministro Pavolini o il famigerato Preziosi, ma, accanto ad essi vi furono anche gli innamorati dell'Italia, i propugnatori della pacificazione nazionale. Uomini come Giovanni Gentile e Carlo Alberto Biggini, il cui senso della vita e della sua sacralità è fuori discussione. Fu da questi settori del fascismo repubblicano che nacquero canti come quello della X Mas ed il già citato Le donne non ci vogliono più bene, colmi di una fierezza sdegnosa ma anche di un immenso amore per la patria sofferente.

Giacomo De Marzi, I canti di Salò, Fratelli Frilli Editori, Genova 2005, pag. 301. euro 19, 50.