«Inquinava le prove su Rcs», arrestato Ricucci

Rispunta Candela, figura chiave per il patron della Magiste. I Pm lo considerano un prestanome

Gianluigi Nuzzi

La disperazione porta Stefano Ricucci in carcere a Regina Coeli. In manette per aggiotaggio quando senza tregua cerca denaro, immediata liquidità, dopo la Caporetto estiva delle scalate, le indagini della Finanza del nucleo Valutario e il taglio delle linee di credito. È finito dietro le sbarre (notizia anticipata da Il Velino) dopo aver provato l’ultima mossa: la tentata vendita concordata dell’unica ricchezza certa rimasta in portafoglio, quel pacchetto del 14,5% di Rcs, in pegno a Popolare Italiana. E su questo affare saranno concentrate le domande dell’interrogatorio fissato per domani.
Rcs nelle mani di Londra. Per l’accusa dei pm Rodolfo Sabelli e Giuseppe Cascini, Ricucci prima contava di girare la quota a un imprenditore suo amico, ma questo è finito in carcere per altre vicende, facendo quindi saltare l’operazione. L’immobiliarista però non è arreso. E ha rilanciato studiando il progetto con un rappresentante (sedicente?) della londinese Warburg Bank. L’idea, ardita per qualsiasi operatore, era quella di imbastire una compravendita del pacchetto a un prezzo superiore rispetto alle quotazioni di Borsa. L’affare avrebbe portato finanziamenti dalle banche e la lievitazione della quotazione ufficiale Rcs. Dopodiché bisognava ricollocare le azioni e dividersi la plusvalenza realizzata. Un progetto fumoso, quantomeno ardito da lasciar sbigottito chiunque abbia qualche dimestichezza con il listino. Ma Ricucci temeva il fallimento, di portare i libri in Tribunale. Ed era pronto a tutto.
Stop in via Solferino. La seconda accusa di aggiotaggio riguarda proprio le comunicazioni sulle compravendite del titolo Rcs tra il 2004 e il 2005. Ricucci è accusato di aver fatto lievitare il valore di ogni azione di ben 1,7 euro, da 4,9 a 6,6 euro, comunicando dati contraffatti. «In particolare dichiarava - scrive il gip nell’ordinanza di custodia cautelare - non corrispondente al vero che disponeva di ingenti liquidità proprie, che i finanziamenti bancari ricevuti non erano garantiti da pegno sulle stesse azioni acquistate e che aveva intenzione di salire al 29,9%»« della casa editrice.
Rcs da portage. La procura sospetta che Ricucci abbia agito nella scalata al Corriere della Sera come prestanome. Lo accenna il gip Orlando Villoni nell’ordinanza. Il giudice sottolinea che Ricucci mentiva quando in interviste e comunicati sosteneva che l’acquisto di azioni Rcs era «un investimento che aveva carattere stabile». Gli inquirenti sospettano quindi che l’obiettivo era quello di rivendere ad altri rimasti poi nell’ombra.
Sgombero da 27 milioni. Un’altra accusa riguarda le false fatturazioni e l’occultamento di scritture contabili. Per la Procura infatti Ricucci avrebbe fatto emettere due fatture false per 42 milioni di euro dalla controllata Immobiliare Il Corso srl per abbattere i costi di Magiste e andare a credito di Iva per altri 4 milioni di euro. Immobiliare il Corso era l’immobiliare proprietaria del palazzo di via Lima che doveva essere poi acquistato dalla Confcommercio di Sergio Billè. E le due fatture riguardano proprio questo complesso. La prima da 27 milioni indica una causale suggestiva: «Premio per la liberazione dell’immobile». Magiste fa quindi un cadeau da 27 milioni di euro perché la Il Corso srl aveva sgombrato il palazzo dagli abusivi che lì vivevano. Non è credibile nemmeno la fattura da 15 milioni: riguarda una ristrutturazione mai avvenuta.
La talpa pasticciona. Con l’accusa di favoreggiamento e rivelazione del segreto sono invece finiti in carcere il brigadiere della Finanza Luigi Leccese, il costruttore Tommaso Di Lernia e l’ex sottufficiale dell’Esercito Vincenzo Tavano. In una sorta di catena di Sant’Antonio il brigadiere Leccese avvisava Ricucci delle imminenti perquisizioni, come quelle dello scorso 4 aprile in Magiste. I passaggi erano tre: Leccese a Di Lernia, quest’ultimo a Tavano e lui a Ricucci. Ma i tre erano improvvisati, inesperti e spesso avevano delle discussioni. Leccese si occupava di logistica e casermaccio proprio alla «Rustica», il quartiere generale alle porte della capitale dove lavora il Valutario, la Gdf che indaga su Rcs. Qui Leccese aveva fortuitamente conosciuto Di Lernia, imprenditore che aveva compiuto dei lavori edili in caserme del Corpo. La soffiata, l’unica per ora, riguarda la perquisizione del 4 aprile in Magiste. Poco prima un ufficiale della sezione «Tutela del Risparmio» che indaga su Ricucci, avvicina Leccese per chiedergli un locale ampio dove depositare della documentazione. Il brigadiere capisce che è in agenda una perquisizione. Fa avvisare Ricucci. Ma i telefoni sono sotto controllo. La prova del nove arriva dalla perquisizione: le scritture contabili truccate, in parte, sono sparite. Subito dopo Leccese chiede gli esiti della verifica.
gianluigi.nuzzi@ilgiornale.it