Un insaziabile curioso della realtà

Luigi Einaudi morì cinquant’anni fa, il 30 ottobre 1961, a Roma. Ricoverato in clinica per una broncopolmonite, sua moglie capì che lo avrebbe perso quando s’accorse che non aveva più voglia di leggere.
Einaudi fu un maestro che fino all’ultimo - superati gli 87 anni - volle imparare. La sua curiosità era insaziabile. Per lui, l’essenziale era leggere sempre qualcosa di diverso da quanto già ci interessa. Un concetto che mi aveva ripetuto quando - tre mesi prima della sua scomparsa - poco più che ventenne avevo avuto la fortuna di andarlo a trovare a Villa San Giacomo, a Dogliani. E in questo concetto c’è gran parte dell’«uomo» Einaudi.
La curiosità era per Einaudi uno strumento di miglioramento, un mezzo d’ascendere continuo verso uno stato di completa autonomia. Un mezzo di «liberazione». Il fine primo e ultimo per il quale egli visse, lavorò ed insegnò, fu infatti uno solo: la libertà. Una libertà non elargita dall’alto, ma conquistata dall’uomo con senso di responsabilità, con la coerenza, col lavoro. L’uomo di Einaudi è un uomo che soffre, che all’egoismo contrappone la cooperazione, all’intolleranza la libertà.
Il suo ideale di società, quella in cui egli vedeva pienamente tutelata l’esigenza fondamentale della libertà, si fonda sulla libera economia di mercato, integrata da altri istituti che correggano disuguaglianze iniziali e terminali che sono il presupposto e il risultato della libertà di azione degli individui. L’economia di concorrenza è la macchina che produce ai minimi costi; si tratta di indurla a produrre quei beni che siano giudicati dai più come gli ottimi per la collettività. Quella che Einaudi chiama l’«uguaglianza nei punti di partenza» è una concezione ardita, che pone in termini di libertà il problema sociale più rilevante (la distribuzione della ricchezza) e dà al liberalismo un contenuto coerente attraverso una concezione di uno Stato liberale «tutt’altro che inerte spettatore degli accidenti naturali e delle contese umane».
Da quel grande economista che era, Einaudi propugnava l’economia di mercato sottolineando i vantaggi che essa sola è capace di apportare a tutti i cittadini indistintamente, sfruttando risorse e iniziative di tutti per l’aumento della produzione e, quindi, del reddito collettivo e individuale; ma questo non era neppure il motivo fondamentale che faceva schierare Einaudi tra i fautori del sistema di concorrenza. La sua critica allo statalismo e al socialismo partiva da questa osservazione di carattere economico, ma si risolse nell’affermazione d’un principio che costituisce una grande conquista del pensiero moderno: essere, cioè, la libertà economica premessa e condizione essenziale della libertà politica. Senza la libertà economica si va inesorabilmente alla schiavitù. È la dottrina del «punto critico» dell’interventismo statale, al di là del quale una società degenera e decade nell’abolizione della libertà.