Inseguirono e uccisero il bandito: niente carcere

Enrico Lagattolla

da Milano

«È finito un incubo, sono due anni che non posso dimenticare ma è finito un incubo». La tensione dell’aula si scioglie nelle prime parole. Poi l’abbraccio col figlio. Giuseppe e Rocco Maiocchi sono liberi. Cade l’accusa di concorso in omicidio volontario per la morte del 21enne montenegrino Mihailo Markovic, ucciso il 14 aprile 2004 da un colpo di pistola sparato dai gioiellieri, subito dopo che questi aveva messo a segno con un complice un furto con scasso al negozio di via Ripamonti a Milano. Non viene accolta l’impostazione del pubblico ministero Roberta Brera, che nella sua requisitoria aveva chiesto una condanna a 10 anni di reclusione per entrambi gli imputati. Giuseppe Maiocchi viene condannato a un mese per il reato di lesioni personali colpose, il figlio Rocco a un anno e mezzo per omicidio colposo. Entrambi godranno della sospensione condizionale della pena. Dovranno risarcire il danno, ma nessuno dei due andrà in carcere.
Quasi sei ore di camera di consiglio, una sentenza che slitta due volte. Attesa per l’una, viene posticipata alle 15, poi alle 17. La tensione che sale col tempo, che si fa quasi insopportabile in aula, fino alla lettura del dispositivo. Una sentenza che per il presidente della prima Corte d’assise del Tribunale di Milano Luigi Domenico Cerqua «è il frutto di una discussione ampia e articolata», figlia di un processo «molto delicato e complesso», e comunque «alla fine condivisa da tutta la corte». Una sentenza che riapre il dibattito sulla legittima difesa, «ma faccio il giudice - commenta Cerqua - e non mi preoccupo dei messaggi politici che emergono dalle sentenze».
E anche se in questo caso la nuova norma del febbraio 2006 che disciplina la legittima difesa non è intervenuta, Giuseppe Maiocchi è convinto che il senso di quella legge sia stato riconosciuto anche in questa sentenza. «Ringrazio chi ha fatto questa legge - dice - perchè per la prima volta riconosce che il cittadino che viene aggredito non è uguale a colui che ha aggredito».
Quasi una risposta arriva dall’ex ministro della Giustizia Roberto Castelli. «Dopo tanti anni di lavoro di natura più culturale che giuridica - dichiara da Roma il senatore della Lega - e, leggeremo le motivazioni della sentenza, anche grazie alla legge di modifica sulla legittima difesa, finalmente una sentenza recepita come giusta dal sentimento popolare». E gli fanno eco, da Milano, i candidati sindaci alle elezioni amministrative. Per Bruno Ferrante (Unione) «il giudizio è comunque da condividere perchè vi è stato un riconoscimento delle responsabilità», per Letizia Moratti (Cdl) «si tratta di una sentenza saggia ed equilibrata, che tiene conto delle circostanze in cui è avvenuta la tentata rapina, dell’assenza di precedenti e del difficile clima di tensione e di rischio vissuto dai commercianti». Va giù duro invece il senatore Ds Guido Calvi: «La legge con cui la Cdl ha modificato le norme del codice sulla legittima difesa deve essere cancellata perchè dettata da insipienza demagogica».
Così, dunque, ha stabilito la corte. Che il 13 aprile di due anni fa, reagendo a un tentativo di rapina, i Maiocchi non uscirono in strada per uccidere. E che la morte del giovane montenegrino, colpito da un proiettile esploso dalla pistola impugnata da Rocco, fu il frutto di una tragica fatalità. Ma padre e figlio sono stati «assolti dall’accusa di porto illegittimo d’arma da fuoco comune - si legge nel dispositivo della sentenza - in quanto il fatto è stato commesso in stato di legittima difesa». Per quelle stesse armi, tuttavia, la Smith & Wesson e la Benelli da cui furono sparati quattro colpi, è stato disposto il sequestro. Di meglio, i Maiocchi, non si potevano attendere. Così Rocco, che per due anni ha preferito non parlare, «questa sera torno da mia moglie e dal mio bambino. Il futuro? Aspetto un altro figlio». E il padre Giuseppe, «uscito da un incubo», ripete che «non volevamo uccidere, ma solo fermare il rapinatore». Alla madre della vittima manda a dire di essere profondamente dispiaciuto: «Le cose dovevano andare diversamente, da padre capisco il suo dolore, ma se suo figlio non avesse fatto quello che ha fatto, oggi non saremmo qui». Ma la madre di Mihailo, uscendo dal tribunale, ha solo poche parole, molto dure. «È terribile, ma vale davvero così poco la vita di un ragazzo di ventuno anni?».