Inseguiti dal sorcio nell’inferno metropolitano

Raccontare il mondo che ci circonda, sempre più caotico e contraddittorio non è affatto facile, specie quando si ritraggono i malesseri che affliggono la società. E malesseri di tutti i generi, come accade nei romanzi di Dostoevskij, esploratore per eccellenza dell’animo umano. Andrea Carraro con il romanzo Il sorcio (Gaffi, pagg. 241, euro 12,50) ci porta dentro il sottosuolo di Roma, teatro di tutte le sue opere. Protagonista della storia è Nicolò Consorti, impiegato di banca e scrittore, che deve vedersela con le angherie che ogni giorno gli infligge il sorcio, ossia «Eraldo Martelli, un collega di lavoro basso, pelato, panciuto che per oscure ragioni lo disprezza».
Nicolò, già preda della depressione, conosce il periodo più buio della sua esistenza. Suo unico rifugio è recarsi ogni settimana da un analista. Thomas Mann diceva che lo scrittore è anche psicologo. Le conversazioni fra i due, nelle quali Niccolò esprime i suoi malesseri senza reticenza alcuna, assumono quindi spesso l’aspetto di un confronto, quasi una conversazione alla pari, dove il dottore si difende appellandosi al suo ruolo professionale ma, per il resto, le ammissioni del paziente sembrano coinvolgerlo, tanto sono angosciose e pertinenti alla realtà della vita odierna. I racconti di Nicolò sono, infatti, le descrizione dell’inferno che attanaglia metropoli e città, dove l’individuo finisce vittima sia di se stesso sia degli altri, spesso senza possibilità di giustizia né riscatto.
Ecco, dunque, che questo libro denuncia ciò che di peggio grava sul nostro tempo: l’indifferenza che ormai serpeggia in ogni settore, fino ad annullare nelle persone volontà e sentimento. Non a caso nelle stesse condizioni di Nicolò si trovano altri impiegati, vittime quanto lui del «sorcio». Con uno di questi, Nicolò andrà persino da una maga, che lui però interroga e contraddice, tanto che ella, anziché la fattura, gli consiglia di far dare una lezione all’incorreggibile Eraldo. Cosa che avverrà di lì a poco, ad opera di due picchiatori di professione, che chiedono a Niccolò circa tremila euro. Ma neanche le botte sembrano far cambiare il vessatore che, imperterrito, continua. Attorno a questa situazione ne roteano altre, le quali ben dimostrano l’abilità che Carraro ha di governare l’arte del romanziere. La sua forza, oltre la scrittura rapida e asciutta, sta nel saper mischiare finzione e realtà in un tutto unico.
Non sono quindi mai di troppo i numerosi personaggi che affollano queste pagine, che vanno dalla madre vecchia e solitaria, all’immagine del padre morto, con cui il narratore aveva un rapporto di amore-odio. Intense le descrizioni della moglie e del figlioletto, che lui non riesce ad amare come vorrebbe: le ossessioni non glielo consentono. Ogni giorno deve sempre di più fare i conti con una folla di fantasmi che, spesso, si sostituiscono alle persone vere. Un libro che si legge d’un fiato e che lascia il segno.